...il solo sapere che un buon libro sta aspettando alla fine di una lunga giornata rende quella giornata più felice...

Kathleen Norris

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giovedì 13 maggio 2010

AAAAAAAAAAH

Hei ragazzi..scusate..ma la connessione qua non si riusciva più a farla partire..finalmente Alice si è decisa a lavorare e sono riuscito ad entrare per scrivervi le ultime novità..Libro n° 5 in arrivo..stress da scuola in aumento esponenziale ogni giorno(altro motivo di assenza post in questo periodo), il tempo qui fa schifo, ma almeno costringe i poveri studenti come noi a stare a casa a studiare senza pensare "Ma che bella giornata, usciamo?".....se magari...devo studiare...:(....

A presto ragazzi..domani o dopodomani arriva il quinto racconto...

Elia, Giulia e Marta

giovedì 22 aprile 2010

E finalmente il quarto racconto :)

Il titolo del quarto racconto è:
"FUGA DA MADRID"



scritto da: Marta Iselle
riveduto e corretto da: Giulia Vigolo
supporto, informazioni tecniche e consigli: Elia Bonetto

P.S. questo racconto anche se breve è stato diviso in tre parti. Il racconto completo potrete scaricarlo andando sul link a fondo pagina. Se volete leggere il racconto ed avere la divisione in parti cliccate QUI.




PARTE 1





La ragazza usciva in quel momento da casa sua, chiudendo la porta con la notevole chiave d’argento che luccicava al brillare del sole. Alle spalle si lasciava un edificio considerevolmente moderno e perfettamente centrato in un giardino in cui ci si poteva benissimo costruire un Luna Park. Con passo sensuale, facendo attenzione a mettere adeguatamente un piede davanti all’altro per far risaltare la bellezza della sua camminata, si dirigeva verso il cancello principale. Li, ad attenderla, c’era la sua limousine bianca. Entrò accompagnata dall'autista che le apriva la porta mentre lei stava attenta a non stropicciare la giacca estiva, in cui era appoggiato Taylor, in braccio alla ragazza. Taylor era il suo spitz, un cagnolino di taglia piccola che quel venerdì, come ogni settimana, stava andando a farsi la toelettatura, mentre la padrona spendeva i suoi quattrini in lampade, manicure e pedicure.....continua qui

PARTE TRE - FUGA DA MADRID




All’alba si salutarono all’aeroporto. Tutti gli studenti erano esageratamente tristi per l’abbandono della stupenda città. In aereo, la migliore amica di Eleonora si sedette, come'era logico che fosse, di fianco alla sosia Mireya. Questa contava più che altro sul fatto che gli occhiali da sole che indossava le coprissero abbastanza il volto: le ragazze, si sa, notano ogni particolare. Mentre la classe tornava in Italia, in Spagna Ele approfittò di quel sabato mattina per andare a fare un giro tra i negozi. Adorava il look della sua compagna. In giro per il centro c’era tantissima gente e, ricordandosi del negozio che aveva visto il martedì visitando la città, si diresse verso quella direzione. Lo trovò subito, appariscente com’era. Fece qualche giro tra i camerini, provandosi uno dopo l’altro i capi di abbigliamento di quel negozio. Sfruttando un po’ di quattrini che si era portata da casa, si comprò due vestiti e una maglia piuttosto cortina. La sua compagna, a ora di pranzo, doveva essere arrivata a casa. Eleonora era molto preoccupata per la reazione che avrebbero potuto avere i suoi genitori quando si sarebbero accorti che era ritornata la figlia sbagliata e sperava che quel momento avvenisse il più tardi possibile.
Quel sabato sera, Eleonora si mise a scrivere una lettera all’amica straniera, per chiederle se andava tutto bene. Fu interrotta, però, dal suono improvviso del campanello. Scese a vedere chi fosse arrivato e inaspettatamente vide dal video-citofono i volti dei genitori di Mireya.
"Questa non ci voleva" penso dentro di se. Gli aprì, trovandoseli di fronte.
-Allora? Non sei contenta che siamo arrivati prima? - chiesero loro, vedendola un po’ persa.
-Si si! Che bella sorpresa! - rispose, cercando di imitare perfettamente la voce della loro figlia, oltretutto parlando in spagnolo. Loro non si accorsero della differenza, forse pensavano che avesse cambiato look o forse erano troppo felici di vederla che non si resero conto dei particolari. Tutto questo però fu di breve durata. Infatti, la mattina seguente, quando si svegliarono, Mireya era solita preparargli la colazione. Eleonora, a quel punto, non si tirò indietro anzi, cercò di ricordarsi quello che di solito gli veniva preparato. Andò in cucina, disponendo le tazzine nel vassoio e prendendo una brioche per ognuno. Fece il caffè, con tanto di schiuma abbondante, come piaceva a loro. Quando fu tutto pronto, lo portò in camera. Deliziarono la colazione, ma quando il “padre” assaggiò il caffè, il suo viso assunse un colore indefinito.
-Miry, come mai non hai messo lo zucchero? - chiese, disgustato. -Ops! Scusami! - rispose Ele, andando a prendere dello zucchero in cucina. Appena lo prese dalla dispensa, Taylor corse da lei e, per giocare, le morse leggermente il piede. La ragazza, colta di sorpresa, cadde portandosi dietro non solo lo zucchero ma anche qualche kilo di pasta e alcuni pacchetti di biscotti. Si sentì subito mortificata. Quando alzò la testa per rimettersi in piedi vide, alla sua destra il cane che la guardava divertito e a sinistra due paia di piedi. Li guardò dispiaciuta.
-Miry, è da ieri sera che sei strana, tu ci nascondi qualcosa -. Lei abbassò subito lo sguardo.
-Aspetta aspetta, come mai non hai la tua collana preferita? Non te la togli mai … - chiese la “madre”.
-L’ho … lasciata in bagno, l’avevo tolta per fare la doccia e ho dimenticato di metterla - disse Eleonora, ma questa sua risposta un po’ balbuziente fece preoccupare ancora di più gli adulti. Eleonora raccolse il disastro che aveva combinato. Intanto i genitori tornarono al piano di sopra. Andarono in camera della ragazza, per controllare se aveva nascosto qualcuno. Quello che trovarono, però, fu molto peggiore. La diciassettenne aveva lasciato sopra il comodino, dalla sera prima, la lettera che stava scrivendo all’amica. Loro, pensando che fosse di un ragazzo e, preoccupati perciò che qualcuno l’avesse fatta soffrire, la lessero. Era incompleta, anzi le uniche cose state scritte erano:

“Cara Mireya, qui si sente la tua mancanza. Spero che li stia andando tutto bene, vorrei sapere le novità che ….”

E la lettera si sfumava qui, in un “che” che aveva tutta l’aria di includere il guaio in cui si era cacciata Mireya.
Eleonora tornò in camera e quando varcò la porta, si trovò i genitori davanti, con aria furiosa.
-Eleonora? - chiese il “padre”. Ele sbarrò gli occhi, fissando il vuoto. -Dov’è nostra figlia? Rispondi stupida! - continuò la madre, con le lacrime agli occhi.
La ragazza non rispose. Non riusciva a pensare a nulla, come ogni volta che doveva farsi venire in mente qualcosa. Le arrivò uno schiaffo dritto sulla guancia dalla donna.
-In Italia - rispose finalmente Ele. -Ma sei impazzita??? - e un altro schiaffo le arrivò.
-Smettetela! È lei che mi ha chiesto tutto! - confessò la ragazza. -...mia figlia non farebbe mai una cosa del genere! Cos’è successo??? - chiese l’uomo.
- … venerdì si è fermata a dare dei soldi a una signora che chiedeva l’elemosina e questa le ha letto la mano. Le ha detto che tra ieri e oggi sarebbe arrivato un regalo inaspettato e che avrebbe fatto un incidente. È venuta da me piangendo e chiedendomi di poterci scambiare -.
A quel punto loro tacquero. Successivamente a quella discussione, i genitori chiamarono Mireya al cellulare, dicendole di prepararsi. Quando uscirono dalla porta, la ragazza si ricordò di aver dimenticato il telefonino in casa. Tornò all’interno dell’edificio a prenderlo e quando uscì, trovò due auto entrambe piuttosto distrutte. La Jaguar xj220 dei suoi e una Porsche boxster nera. Delle persone stavano chiamando la polizia. Lei rifletté un attimo. Se non si fosse dimenticata il telefono in casa, probabilmente in quel momento starebbero chiamando l’ambulanza. Era una fortuna per lei, ma anche per Miry, che sarebbe dovuta finire sotto quelle macchine. Ringraziò Dio anche per i suoi genitori, che fortunatamente erano riusciti ad evitare di essere colpiti nella parte anteriore della macchina. Tom e la moglie portarono Ele all’aeroporto e la fecero salire insieme a loro in un jet di loro proprietà. In due ore, furono a Treviso, nel Nord dell'Italia, dove la ragazza li stava aspettando. Appena si videro, le due ragazze si abbracciarono.
-Che hai fatto qui? - le chiese Mireya, accarezzandole la guancia.
-Qualcuno pensava che ti avessi fatto del male - rispose l’altra.
-Mi dispiace tantissimo! Scusa! - disse Mireya, mortificata.
-Non ti preoccupare! Comunque ti sei persa i tuoi genitori che per farti una sorpresa sono rientrati sabato sera e un incidente che per grazia di Dio sono riuscita ad evitare -. Poi aggiunse: -A te com’è andata, invece?-
-Mi hanno scoperto subito ma i tuoi genitori sono fortissimi! Mica si sono arrabbiati sai? Erano solo spaventati all’inizio! - spiegò Miry.
Entrambe si misero a ridere, coinvolgendo anche i genitori di entrambe le famiglie. Sebbene lo scambio durò così poco, l’esperienza fu irripetibile. Prima di lasciarsi, le due ragazze si abbracciarono di nuovo, promettendo di rivedersi.

FINE

PARTE DUE - FUGA DA MADRID




Sebbene quella dimora fosse così grande e lussuosa, la ragazza che viveva all’interno era veramente cortese. Era un piacere parlarci insieme. Quella sera, per far sentire la ragazza italiana a suo agio, Mireya ordinò della pizza per cena. Quando si fece tardi, si misero in salone a parlarsi, per conoscersi un po’. La ragazza del posto parlava bene l’italiano, nemmeno si sforzava più di tanto. Eleonora, a un certo punto, le fece una domanda che forse si pentì di fare per la risposta che avrebbe potuto ricevere.
-Ma … i tuoi genitori? -.
Mireya, però non fu per nulla dispiaciuta di rispondere.
-Li vedo solamente di domenica, svolgono un lavoro importante non proprio qui a Madrid. È anche per questo che, da fuori posso sembrare antipatica e snob dal mio modo di apparire. Cercano di viziarmi per farmi pesare meno la loro mancanza. Lo fanno solo per me, ed io lo apprezzo, anche se non vorrei essere giudicata male -.
Eleonora cercò lo stesso di cambiare discorso e parlarono di scuola, musica e ragazzi. Dopo quella chiacchierata andarono nelle loro stanze. Nonostante tutto, Eleonora iniziava a sentirsi bene e prese fiducia in se stessa, convincendosi che sarebbe riuscita ad adattarsi molto presto. Il giorno successivo conobbe i genitori della ragazza spagnola, potendo constatare che fossero veramente delle brave persone. Per il resto della settimana, il mattino si ritrovavano tutti a scuola, mentre nel pomeriggio si visitava la città dividendo in tappe il tempo a disposizione. Quello che veramente ci interessa, successe il venerdì, ovvero il giorno prima che i ragazzi italiani partissero per tornare al loro paese. Prima di far ritorno agli alloggi, Mireya passò a prendere Taylor che, come ogni venerdì, doveva farsi la toelettatura. Lungo il margine della strada, però, era seduta una donna sulla quarantina, vestita di stracci, che chiedeva l’elemosina. La ragazza, di animo buono, si intenerì, dandole una banconota da venti euro. La signora, per ricambiare il gesto della biondina, si offrì di leggerle la mano. Ovviamente Mireya non rinunciò, giacché era pure abbastanza curiosa di sapere il suo futuro. Era una persona che dava fiducia anche agli oroscopi.
-Ragazza, le carte mi dicono che in questi giorni ti accadranno due cose: riceverai un regalo inaspettato ma, mi dispiace dirlo, avrai un brutto incidente -.
La ragazza rimase ferma per un attimo, concentrandosi sulla parola “incidente”. Poi si alzò, ringraziando la signora con un sorriso. Ritirò il cane, poi tornò a casa. Eleonora, che intanto aveva preparato il risotto per cena, riconobbe subito che qualcosa turbava la compagna, giudicando dall’espressione che invadeva il suo volto. Quindi, senza pensarci due volte, andò a chiederle cosa fosse successo per essere così triste, ma Mireya, impassibile, le rispose che era solo un po’ stanca. Mangiarono il delizioso risotto con i funghi preparato da Eleonora, dopodiché questa accompagnò l’amica a dormire, per farla riposare. Rimase dispiaciuta per questo, era l’ultima sera e potevano guardarsi un bel film horror per terminare la vacanza. D'altronde non voleva influire nelle questioni personali della compagna, anche se la preoccupazione era comunque rimasta.
Mireya, per tutta la notte non chiuse occhio, pensando a quello che le aveva detto la signora qualche ora prima. Pensava a quando era bambina, l’incidente che aveva avuto in barca quando stava per affogare e al padre che riuscì a salvarla per miracolo. Il padre, però, non poteva esserci in quel momento. Gli salirono alla mente mille pensieri e mille paranoie, facendola preoccupare.
Alle tre di notte, Eleonora sentì una mano che le toccava il viso, facendola svegliare. Davanti a lei, trovò Mireya, con gli occhi lucidi. Aveva appena finito di piangere.
-Che succede Miry? -.
-Ele, oggi tornando ho incontrato una signora che chiedeva la carità e le ho dato dei soldi. Lei in cambio mi lesse la mano, dicendomi che durante la prossima settimana avrei avuto un incidente. Ho paura per questo, mi devi aiutare. Stanotte ci ho pensato parecchio e volevo chiederti se ti andava di scambiarci … -.
-Scambiarci? - chiese confusa la compagna.
-Si, tu sarai me per un po’. Io partirò al posto tuo - disse Mireya.
-Ma sarebbe impossibile! Cosa diranno gli altri? - domandò Eleonora.
-Non se ne accorgeranno. Ci assomigliamo parecchio, vedrai che con un po’ di trucco saremo identiche. Per favore! - rispose Mireya.
L’altra ci pensò. Sarebbe potuta stare in quella casa fantastica in quella città fantastica? Era la cosa migliore che potesse capitarle!
-Per me sarebbe, inoltre, fantastico stare qui. L’unico problema sarà casa mia, non so se ti ci potrai trovare bene - disse Eleonora.
-Non preoccuparti per questo, non sono mica così schizzinosa! -, rispose la compagna, comportando una breve risata.
Andarono così in bagno, armate di trucchi, vestiti e piastra. Mireya, una vera esperta nel settore di estetica, gli passò un po’ di fondotinta, dopodiché le truccò gli occhi con dell’ombretto blu brillante. Le mise qualche puffata di fard ai lati delle guance e del lucidalabbra. Infine, le stirò i capelli. Lei, invece, restò naturale, senza un filo di trucco. Si scambiarono i vestiti. Eleonora le fece indossare una maglietta azzurrina abbastanza larga e un paio di shorts verdi, mentre a lei fu prestata una minigonna con le pailette e una canottiera attillata color prugna intonata a degli stivali tacco 7 fino al ginocchio. Si andarono a specchiare, rimanendo stupite dall’evidente somiglianza che c’era tra loro. La faccenda si stava facendo parecchio interessante.

PARTE UNO - FUGA DA MADRID



La ragazza usciva in quel momento da casa sua, chiudendo la porta con la notevole chiave d’argento che luccicava al brillare del sole. Alle spalle si lasciava un edificio considerevolmente moderno e perfettamente centrato in un giardino in cui ci si poteva benissimo costruire un Luna Park. Con passo sensuale, facendo attenzione a mettere adeguatamente un piede davanti all’altro per far risaltare la bellezza della sua camminata, si dirigeva verso il cancello principale. Li, ad attenderla, c’era la sua limousine bianca. Entrò accompagnata dall’autista che le apriva la porta mentre lei stava attenta a non stropicciare la giacca estiva, in cui era appoggiato Taylor, in braccio alla ragazza. Taylor era il suo spitz, un cagnolino di taglia piccola che quel venerdì, come ogni settimana, stava andando a farsi la toelettatura, mentre la padrona spendeva i suoi quattrini in lampade, manicure e pedicure.
Eleonora, invece, stava distesa nel suo letto, osservando il fratellino che, con le lego, si costruiva il camion dei rifiuti. Non pensava a nulla, nemmeno al fatto che il giorno dopo avrebbe lasciato la sua famiglia per una settimana. Il giorno successivo sarebbe partita con la sua classe del liceo scientifico per una vacanza studio di destinazione Spagna. Ci aveva già pensato troppo il mese antecedente, immaginandosi alle uscite in quella meravigliosa città che avrebbe visitato: Madrid. Fatto sta che quel venerdì non era nemmeno un po’ nervosa per la partenza. Insomma, solitamente la gente si preoccupa del viaggio in aereo, della salute, dei vestiti e degli optional che dovrebbe portarsi via. Invece lei fissava il soffitto, l’azzurro satinato di cui era dipinto, senza pensare alle circostanze. Sua madre entrò di colpo, facendola alzare di soprassalto. -Ele, hai preparato la valigia? -. Lei fece cenno negativo con il capo, facendo aggrottare le sopracciglia della madre, un po’ scocciata. -Fa in modo che siano pronte prima delle sette di sera -, concluse, andandosene. Eleonora però, sapeva benissimo che la reazione del genitore era influenzata dalla sua partenza. Dopotutto, una madre è sempre un po’ in ansia per i propri figli. Senza farselo ripetere, colmò quelle due ore che precedevano l’orario di cena per riempire la sua valigia di pelle con qualche paio di jeans, delle t-shirt carine e un paio di vestiti eleganti in caso di sera fossero usciti in qualche locale al top. Ci mise all’interno anche il suo profumo preferito e gli accessori indispensabili per stare lontana da casa per una settimana.
Il giorno seguente si alzò grazie alla sveglia, alle cinque del mattino. Doveva prepararsi in due ore, controllare se aveva preso tutto e abbandonarsi a qualche minuto per rendersi conto che la situazione non fosse un sogno. Andò a farsi una doccia, dopodiché passò ai capelli. Indecisa se farsi la solita coda di cavallo, oppure una treccia più curata, li lasciò cadere naturali lungo la schiena. Si mise un po’ di eyeliner per far risaltare i suoi occhi azzurri coronati dal biondo dei suoi capelli lisci. Diede una controllata veloce alla valigia, poi partì con la madre verso l’aeroporto lasciando sopra al comodino del fratello una lettera di saluto, per non disturbare il suo dolce sonno. Ad aspettarla c’erano i suoi compagni, alcuni con il borsone, altri con bauli giganteschi. Per riassumere le due ore e mezzo di viaggio diciamo solamente che per tutto il tragitto Eleonora pensava, con la sua migliore amica che le era seduta accanto, alle foto che avrebbe scattato da mettere poi nel loro album, ma soprattutto sognavano i ragazzi spagnoli che avrebbero incontrato!
Arrivati a destinazione, trovarono ad aspettarli, 26 ragazzi che sarebbero stati i loro compagni di casa per sette giorni. I professori di entrambe le scuole si presentarono, riuscendo a capirsi per la somiglianza delle due lingue. Eleonora intanto chiese il permesso di prendersi un tè al bar, per calmare il mal di stomaco che le aveva procurato il distacco da terra. Quando tornò dai prof, vide che avevano già cominciato ad associare a ognuno il proprio compagno. A lei sarebbe toccata una ragazza di cui non si ricordava il nome, uno tipo Mora o Milagros, ma che in quel momento le sfuggiva. A Eleonora, però, non le misero di fianco nessuna Mora e nessuna Milagros, e i professori si guardarono con circospezione. Non c’era la sua compagna. A quel pensiero, dal corridoio di destra, vide avanzare a passi regolari una tipa in giacca bianca, aperta in un vestito beige sopra al ginocchio. Aveva i capelli lunghi, di un biondo tinto e la parte superiore del viso era coperta da un paio di grandi occhiali da sole. Il rumore dei suoi tacchi faceva eco per tutto il corridoio, conquistandosi l’attenzione di tutti. Era più simile a una stella di Hollywood più che a una studentessa. Quando arrivò di fronte ad Eleonora, questa si sentì assurdamente inferiore e malmessa in confronto alla ragazza in stile Lady Gaga che li stava di fronte. La tipa però, si dimostrò subito garbata, e dopo una stretta di mano le disse il suo nome. Mireya. Si tolse gli occhiali da sole, per educazione. Aveva un viso simpatico. Pur avendo quell’aria un po’ da snob, le fece un sorriso timido, vedendo che l’Italiana la stava fissando come fosse una modella.
Detto questo, quello che accadde nelle ore successive fu di essere accompagnati agli alloggi. Ognuno partì a piedi con il proprio studente spagnolo, intanto riuscendo a visitare qualche spezzone della bellissima città di Madrid. Quando Eleonora si trovò davanti alla casa di Mireya, pensò, anzi fu convinta, che avessero sbagliato abitazione. Invece la ragazza aprì il cancelletto accompagnandola all’interno della sua villa. Ele si fermò all’ingresso, per togliersi le scarpe, ma l’altra le fece capire che non ce n’era bisogno, e la condusse nella sua stanza a portare la valigia. Ovviamente, come riguardo al resto della casa, si sentì tremendamente nervosa. La sua stanza aveva un letto che era a dir poco favoloso, era un peccato perfino sedersi. Nelle pareti, erano appese riproduzioni di quadri di famosi pittori, di cui Eleonora riconobbe anche Klimt.

venerdì 16 aprile 2010

CHE MERDA.....


La vita è una merda..questo si sapeva..x questo bisogna solo provare a renderla migliore..a volte bisognerebbe fregarsene di quello che ti dicono, a volte devi perdere alcune persone che ci fanno solo stare male..bisognerebbe riuscire a dimenticare alcune cose, alcune persone per sempre..riuscire a darsi la forza di andare avanti sempre qualsiasi cosa succeda, vivere al meglio ogni momento, stare con gli amici, amare..riuscire a fregarsene dei problemi degli altri..riuscire a lasciare che se la sbrighino da soli..costruire solo amicizie e legami superficiali in modo da riuscire a non stare male succedesse mai qualcosa..bisognerebbe riuscire a non stare male per gli altri..avere il potere di tornare indietro nel tempo e cancellare i propri sbagli..perchè sbagliando si impara ma gli sbagli non si cancellano..e a volte sono troppo gravi come sbagli per essere rimediati..a volte rovinano estati..a volte rovinano legami..a volte rovinano vite..si dovrebbe riuscire a rialzarsi ogni volta che questa società di merda e questo mondo del c***z* ti buttano a terra ti passano sopra..riuscire a trovare sempre la forza di combattere e rialzarsi..riuscire ad avere sempre un obbiettivo da raggiungere..e qualche sogno nel cassetto da realizzare..riuscire ad avere la forza di reagire, avere qualcosa per cui combattere.. anche se a volte vorresti farla finita con tutti e tutto e ti sembra ci sia una sola soluzione ai tuoi problemi..nella vita bisognerebbe avere sempre qualcuno k ti sia vicino nei momenti in cui hai bisogno..i veri amici insomma..quelli che stanno con te anche quando stai male e che stanno con te quando preferirebbero essere altrove quelli che non ti voltano le spalle e che non ti usano solamente..anche se questi a volte non bastano non riescano a fare niente per te, non riescano a sostenerti, e ti senti doppiamente una merda perché li fai star male raccontandogli i tuoi problemi e loro ci stanno male per te e stanno male perché non riescono ad aiutarti..e ti senti SOLO……………SOLO…………e poi ci sono i periodi in cui devi staccare la spina..allontanarti da tutto, da tutti, non sentire nessuno, ognuno ha i suoi tempi, giorni, settimane, chissà mesi..ci sono di questi periodi e nessuno ci può fare niente, devi staccarti pensare solo a te stesso ritrovare quello che eri un tempo, ritrovare la voglia di vivere, la forza di andare avanti, e di ricominciare, ancora per una volta, quel ciclo vizioso che ti porterà di nuovo a star male, a soffrire, ad essere messo a terra, a doverti rialzare per non essere sommerso e ucciso, e a ricominciare a combattere..insomma..ricominciare a vivere..a vivere questa bellissima(nel vero senso della parola, non è ironico)vita di merda..

Elia Bonetto

domenica 4 aprile 2010

IN ARRIVOOOOOOOO!!!!


Ecco in arrivo il quarto libro..speriamo che vi siano piaciuti tutti fin'ora e speriamo che questo vi piaccia ancora di più.
Parlerà di uno scambio di persona..ma tutti i dettagli vi verranno svelati più avanti!!!!
A presto,

Elia Bonetto, Giulia Vigolo, Iselle Marta

mercoledì 24 marzo 2010

TERZO LIBRO

Ah....mi sono dimenticato, anche questo come l'ultimo "romanzo"(chiamiamolo così), che abbiamo scritto sarà relativamente breve per permetterci di migliorare nelle parti dove ci sono state segnalate carenze di qualsiasi tipo...

Il titolo di questo terzo libro è:

"OLTRE LO SPECCHIO"

scritto da: Marta Iselle
riveduto e corretto da: Giulia Vigolo
supporto, informazioni tecniche e consigli: Elia Bonetto



Swan Hill, Alberta, Canada. 15 gennaio 1976



“Il cadavere è stato trovato del fosso della Southview Ave. Le braccia sfioravano il rivolo d’acqua stagnante, leggere. Le tracce di sangue erano inesistenti, ma l’espressione del viso ....


Per leggere tutta la storia clicca qui.

martedì 23 marzo 2010

CAPITOLO 1 - OLTRE LO SPECCHIO


Swan Hill, Alberta, Canada. 15 gennaio 1976


“Il cadavere è stato trovato del fosso della Southview Ave. Le braccia sfioravano il rivolo d’acqua stagnante, leggere. Le tracce di sangue erano inesistenti, ma l’espressione del viso lasciava immaginare la sofferenza di quella donna, con gli occhi aperti e spaventati, e le labbra socchiuse, in richiesta di aiuto.
Quando Tom ricevette la telefonata dalla polizia comunale per la comunicazione dello stato della moglie, si lasciò sfuggire una reazione di pazzia, e con furia uscì di casa, dimenticandosi dei figli. Il ragazzino di dieci anni, quando sentì il padre, scese dalle scale chiedendo spiegazioni senza ottenere risposta. Corrotto dalla curiosità infantile, lo seguì di nascosto e, uscito in giardino, vide che in quel momento svoltava l’angolo del vialetto. Dopo pochi isolati, il bambino si trovò di fronte due uomini in divisa e il padre inginocchiato a terra, in pianto. Quando si avvicinò e vide il corpo di sua madre abbandonato a quella tragica fine, pieno di odio e di dolore, scoppiò in lacrime correndo tra le braccia di Tom, che lo strinse forte a sé.
La gioventù di quel bambino fu rovinata per sempre.”

23 settembre 1982.


Quella sera, le strade erano deserte a Swan Hill. Regnava il silenzio. Nessuno calpestava le foglie secche sui marciapiedi, nessun bambino faceva cigolare le catene delle altalene del parchetto. Nemmeno nel ristorante di Harvey, il più popolare del paese, c’era anima viva. Non c’era traccia degli anziani che a quell’ora andavano a buttare la spazzatura, non si sentivano i ragazzini giocare né gli adulti che facevano festa quella domenica d’inizio autunno. Si respirava un’aria funerea persino per la St Home. Quella strada interamente ciottolata, compresa tra due mura, sboccava nella piazza principale del paese. Ed era lì che solitamente i ragazzi sulla ventina facevano il loro ritrovo quotidiano.
Lui camminava con la testa bassa, senza comandare il proprio corpo, affidandosi solo al suo istinto. Passava sopra a quei grossi ciottoli sentendoli aderire sotto la suola delle scarpe. Era sereno ma nello stesso tempo sicurissimo che qualcosa aveva rotto l’atmosfera di sempre.
Quando egli alzò la testa vide la fontana della piazza principale scorgere dall’accumulo di persone radunate in silenzio a semicerchio. Lui si accasciò contro il muro, nascosto, spiando le 1700 persone che abitavano in quel paese radunate come api in quel comune luogo. Stavano immobili, come gelide statue, con lo sguardo che si dirigeva verso una murata color amaranto sopra di loro, espressivamente trasformati dal turbamento. I loro occhi fissavano la figura di una donna di mezza età, inchiodata alla parete, china su se stessa, cosparsa di rivoli di sangue che le sporcavano la veste bianca.
Jayson, aguzzando la vista, riconobbe in quella donna sua zia Elizabeth, con la quale viveva dalla morte della madre avvenuta sei anni prima.
-ZIA!!!-
Urlò contro la folla. Nessuno l’ascoltò. Erano tutti quanti inerti, e lui era invisibile. Però non era sconvolto, tantomeno triste. Aveva già sofferto abbastanza e versato troppe lacrime nel suo passato. Subiva la situazione come un dèjà-vu in quella vita di incubi continui in cui aspettava solamente in momento di svegliarsi.


Capitolo numero 2

lunedì 22 marzo 2010

CAPITOLO 2 - OLTRE LO SPECCHIO


Tornò a casa, Jayson, nella Oxford Ave. Entrò, chiudendo impulsivamente la porta alle spalle, creando un rumore che fece eco sui muri. Ripose lo zaino in cucina, prese un pezzo di pane dalla dispensa e lo addentò, guardandosi attorno. Si mise a pensare alla sua vita schifa e poco soddisfacente, nella quale poteva trovare sfogo soltanto nei suoi libri. Leggere era l’unica cosa che lo interessava davvero. A scuola era evitato da tutti; odiava tutte le persone che cercavano di compatirlo per il suo passato e, conseguentemente al suo rapporto staccato, ormai più nessuno gli rivolgeva la parola. Se gli era possibile, marinava e andava nella libreria della signora Alba, a rintanarsi in uno dei suoi corridoi per sfogliare pagine dei romanzi. Gli interessavano più che altro quelli di filosofia e fantascienza.
Ormai però non ne poteva più. Era stanco di ripetere sempre le solite consumate e noiose giornate e in un certo senso era anche contento che qualcosa avesse rotto l’agonia di sempre. Ad un tratto da sopra la credenza dove solitamente la zia teneva i bicchieri il gatto grigio fumo Zak saltò con un balzo sopra il tavolo chiedendo, miagolando, del cibo. Il ragazzo gli diede un pezzo del pane che aveva preso e poi varcò la porta per andare al piano superiore, nella sua stanza. Salì quelle scale di pietra dove aveva tanto giocato quando era ancora una creatura innocente. Si distese nel letto, e spontaneamente buttò gli occhi a ciò che aveva davanti. Una fotografia di dieci anni prima. … Il padre Tom abbracciava sua moglie Grazielle che sorrideva e portava tra le braccia la figlia che da pochi mesi era entrata in famiglia; Jayson stava seduto sulle spalle del padre e gli cingeva le braccia al collo … Si alzò di scatto e d’impulso strappò la fotografia dal muro e la lanciò con foga in direzione della finestra. Andò a rompersi contro il vetro distruggendosi in tante piccole schegge.
-Jayson?- chiese fioca una voce dietro di sé. Lui si voltò subito, trovandosi di fronte alla sorellina Marie.
Aveva gli occhi lucidi, ed era pallida. -Che vuoi? Vai fuori!- rispose sgarbato il ragazzo, guardandola furioso. La ragazzina, spaventata andò via dalla stanza, chiudendo la porta.
Le aveva sempre mentito. Le aveva raccontato che la nonna che abitava in Inghilterra era malata e la mamma e il papà erano andati per assisterla, partendo dopo un anno dalla nascita di Marie. Le assicurava che un giorno sarebbero tornati. Nel frattempo dovevano restare dagli zii Elizabeth e Milford. Erano tutte bugie a cui lei credeva e si lasciava corrompere dal fratello. Ma in quel momento, Jayson, non se la sentiva di dirle che il motivo di tutta la confusione a Swan Hill era proprio la morte della zia. Non sapeva come replicare alla possibile reazione della sorella. Aveva paura di rovinare la vita anche all’unico membro della “famiglia” che riusciva ancora a sorridere e poiché Elizabeth era come una mamma per lei, probabilmente avrebbe reagito come Jayson alla notizia della morte di Grazielle. Poi, in fin dei conti non aveva voglia di un’altra faccia disperata, ma era consapevole che, prima o poi, la verità sarebbe arrivata anche per lei.
Si affacciò alla finestra e guardò in basso. La casetta di legno, il vecchio terranova Dreyk, i fiori appassiti e non curati, coronati dal fumo tetro del falò che ardeva nel campo di fronte e riempiva la terra di cenere. Morte. La città in delirio marciva con il resto della stagione.
Per tutta la notte Jayson non fece altro che rimanere seduto in un angolo della stanza, con le braccia conserte e gli occhi socchiusi. Non sentì Milford rientrare, non sentì proprio nulla. Quando l’alba donò i primi raggi, il ragazzo si rese conto di esistere. Quando si alzò in piedi avvertì dei crampi allo stomaco; perciò andò al piano inferiore a bere un sorso d’acqua. Proprio in quel momento lo zio rientrò, con lo stesso identico volto del giorno precedente. Passò sfiorando il ragazzo, senza degnarlo di una minima attenzione, procedendo verso la sala.
-Dove sei stato?- chiese allora Jayson. -Fuori- rispose Milford. Dalla voce e dal passo barcollante dedusse che fosse stato tutta la notte a riempirsi di alcolici. Il ragazzo non aggiunse altro, restò in sala a leggere una rivista.
Appena vide che lo zio iniziava a riprendersi, Jayson cominciò a prepararsi alcune domande. Lo colse di sorpresa, mentre sorseggiava del latte dalla tazza. -Hanno scoperto qualcosa? Voglio dire, com’è possibile che una persona si trovi inaspettatamente in quella situazione?-. Lo zio lo guardò alzando il sopracciglio destro, come se non avesse capito la domanda. O non l’avesse sentita. -Per favore Milford, spiegami … è già troppo ciò che non ho saputo di mia madre, adesso non nascondermi anche questo-. Lo disse quasi piangendo. Dopotutto era comunque sua zia e l’aveva allevato come un figlio poiché lei non ebbe avuto la possibilità di averne uno. -Pensi che se lo sapessi, in questo momento sarei qui, senza far niente?- rispose con tono acido lo zio. -ma…-
-Nessuno lo sa Jay! Usa il cervello una buona volta! Va al diavolo!-.
Era evidente che la sua reazione era influenzata dallo sconforto del giorno precedente; il nipote, deluso da quella brusca risposta, uscì di casa, dirigendosi verso la biblioteca.


Capitolo numero 3

mercoledì 17 marzo 2010

CAPITOLO 3 - OLTRE LO SPECCHIO


Passarono due settimane esatte, quando successe di nuovo.
Jayson tornò a casa da scuola, la quale nel frattempo era ricominciata regolarmente e, stanco, accese il televisore. Stava iniziando un documentario sui templari, quindi premette il pulsante 2 e iniziò a guardarsi le riprese delle scoperte di due archeologi. Nella sua stanchezza, il ragazzo si lasciò a poco a poco cullare dal divano finché non gli si chiusero gli occhi. Era la prima volta che dopo l’accaduto della zia riusciva ad abbandonarsi al sonno.
Venne interrotto di soprassalto da alcune urla. Spaesato si guardò attorno e il suo sguardo andò a posarsi sullo schermo del televisore, da cui provenivano.
"Biblioteca della Main Street"
Non fece a tempo a leggere anche le altre parole scorrevoli che agì d’istinto.
Uscì velocemente di casa, andando verso la sua biblioteca. Sapeva benissimo quello che avrebbe trovato. Iniziò a tremare mentre con passo forte percorreva la strada di casa sua. Svoltò l’angolo, passando davanti al parco. Si fermò un istante. Un flashback. La stessa identica atmosfera di quel 23 settembre da poco passato, l’aria nitida e opaca, senza vita. Nemmeno la sua ombra si estendeva nell’asfalto. Era da solo, lui e se stesso. Prese la Main Street, correndo a occhi chiusi per non soffermarsi in futili particolari di quella città che odiava con tutto se stesso. Il ragazzo si fermò, comandato da una folata di vento. Aprì gli occhi alzando il capo, vedendo ciò che si aspettava di vedere.
Nuovamente tutte quelle persone, invecchiate dalla loro anima che occupavano la biblioteca e lo spazio attorno ad essa. A quel punto nessuno poté fermare la rabbia di Jayson. Si fece spazio tra la gente, talvolta usando la forza, comunque non spostando di un millesimo la loro espressione impassibile. Si ritrovò davanti la signora Alba, coperta da un telo, visibile solo di viso.
-Picchiata e ustionata con dell’acido-. Disse un carabiniere all’interno dell’edificio a Jayson. Questo si lasciò sfuggire ad un gemito di dolore: una fitta al cuore. Era quella ferita che era riuscita in parte a cicatrizzarsi ma che stava tornando a bruciare. La madre sei anni prima, la zia Elizabeth, adesso anche lei. Alzò il telo, trovandosi la signora Alba davanti agli occhi, con i vestiti rotti a strappi, sotto dei quali si vedevano i segni rossi provocati dall’acido. Fece un passo indietro, inciampando in un oggetto. Un libro. Quello che lei avrebbe dovuto mettere da parte per Jayson appena sarebbe arrivato in città. Quando il ragazzo lo vide si irritò ancora di più. Allora uscì di corsa, scappando da quella visione terribile, lasciandosi alle spalle quei burattini con le maschere, in processione. Piangeva, e in quel momento tutta la rabbia si trasformò in odio: odio verso quelle persone che gli avevano portato via tutto, persino il padre che invece di stargli vicino se n’era andato perché non riusciva a sopportare la perdita della moglie. Non aveva più nessuno, nemmeno lo zio lo degnava di attenzione.
Alzò la testa, smettendo per qualche attimo di piangere. A un centinaio di metri da sé c’era un ponte, con la ringhiera ruggine, che si scorgeva tra la nebbiolina. Prese quella decisione. Ora mai non aveva più nessun motivo per cui esistere ancora. Accelerò al passo, vedendo avvicinarsi a poco a poco la ringhiera e scorgendo man mano avvicinandosi un fiume alcune decine di metri più in basso.
Uno scontro improvviso lo fece cadere a terra. Alzato si vide davanti la sorella. Questa avvicinò una mano nella fronte del fratello dove stava un piccolo taglio, osservando i suoi occhi pieni di lacrime, così lucidi in cui si poteva specchiare.
-Cosa ci fai qui? Dovresti essere al rientro pomeridiano.-. Chiese Jayson cercando di mantenere il tono del fratello che è sempre stato. -Dimmi la verità!- rispose lei, più matura di come non lo era mai stata. In quell’istante il ragazzo vide quanto in realtà lei fosse cresciuta, sempre considerata una bimba da lui. -La mamma e il papà sono morti vero?- continuò lei, rimanendo inerte e stabile. Lui si lasciò andare ad un abbraccio affettivo, singhiozzando tra le lacrime. -La mamma è stata ammazzata sei anni fa, l’ho trovata nel fosso, seguendo papà. Questo se n’è andato di casa per il dispiacere e non è più tornato-. Fu interrotto dalla sorella -La zia Elizabeth è stata trovata nella piazza principale, in una tragica fine. E come se non bastasse la signora Alba e stata uccisa poche ore fa nella sua biblioteca.- concluse.
-Come le sai queste cose?- chiese lui, baciandola sulla guancia. -Le voci girano … e poi ho cercato molte volte di parlare con te, ma ottenevo di volta in volta una risposta acerba-. Era molto più cosciente di lui e Jayson se ne rese conto. Affrontava la situazione come una prova difficile, e di colpo, la decisione presa qualche minuto prima venne tolta dalla sua mente. Abbandonò quel ponte.
-Dobbiamo trovare l’origine di tutto, parleremo in privato con la polizia.- decise il ragazzo.
Cingendole la mano alla spalla, si asciugò gli occhi, consapevole che, invece, c’era ancora una persona su cui poter contare. Andarono così, verso l’ufficio dove speravano di trovare delle risposte ai dubbi della città.


Capitolo numero 4

domenica 14 marzo 2010

CAPITOLO 4 - OLTRE LO SPECCHIO


Arrivarono all’ufficio dopo una ventina di minuti, passando per la periferia del paese, evitando quindi l’ammasso fitto di persone nella libreria. Incontrarono diverse persone durante il tragitto, probabilmente se ne stavano tornando a casa.
Entrarono e si sedettero all’interno dell’ufficio di un certo Mr Kayle, un uomo di mezza età, alto e con uno strano ciuffo di capelli che gli nascondeva mezzo viso.
-Avremmo bisogno di alcuni chiarimenti riguardo a quanto successo in queste due settimane- disse Marie, iniziando il discorso.
-Tutto quello che sappiamo è che gli omicidi sono probabilmente a causa di una sola persona. Inoltre nel corpo delle due vittime è stato trovato un segno inciso sulla pelle. Il segno corrisponde in entrambe le donne e si trova inciso sul lato alto destro della schiena. Raffigura un cerchio di diametro dieci centimetri circa, attraversato da un anello più piccolo, intrecciato ad esso. In questi giorni si stanno svolgendo delle indagini più approfondite. Sembra che si tratti di segni riguardanti qualche circolo satanico e che siano state incise da molto tempo- rispose il poliziotto, quasi tutto d’un fiato.
-Tra quanto tempo potremmo avere delle risposte certe?- chiese Jayson.
-Non lo sappiamo con certezza … ormai non abbiamo più idea di dove dirigerci, mi dispiace ragazzi ma non posso esservi d’aiuto più di così- finì lui.
-Quello che ci ha riferito non è poco, la ringraziamo veramente, arrivederci- salutò la sorella, guidando anche Jayson fuori dall’edificio.
-Dobbiamo parlare con il parroco, se tutto questo è legato alle sette sataniche è l’unica persona che può aiutarci-.
Era talmente decisa che Jayson non ebbe parole per contestarla. In un certo senso era anche strana la cosa. Fino al giorno prima detestava sua sorella come il resto della sua “famiglia” e la digrignava escludendola dalla sua vita. In quel momento, però, si rese conto che lei era tutto quello che gli rimaneva. Allora lui la pizzicò su un fianco, per scherzare. Subito dopo, lei fece un grande sorriso, aggrappandosi alle braccia di Jayson e andando verso il colle, dove avrebbero parlato con il parroco.
La strada che conduceva a destinazione si estendeva tra gli alberi ormai spogli. Era sera e in quella stagione il buio non si faceva attendere: la strada sabbiosa era illuminata solamente da qualche basso lampione. Si percorrevano dei tratti ripidi, altri più longilinei, e l’atmosfera che si stava creando richiamava un senso di solitudine ed esclusione. Era come stare in un film horror, vivendo la scena di suspense che preannuncia l’uscita improvvisa del nemico. Invece, sembrava che nulla scostasse di un millimetro quella sensazione, nessun nemico, solo qualche gatto randagio si scorgeva tra l’erba attorno alla stradicciola, facendosi notare con il luccichio degli occhi. La strada pareva estendersi all’infinito, non se ne vedeva il concludersi, andavano solo incontro al riflesso nero del cielo, verso qualcosa di indefinito. Era orrendo come quel posto fosse così deserto e sentirsi così soli in mezzo a quella quiete autunnale dava i brividi. Di tanto in tanto la sorella faceva notare qualche segno di stanchezza e allora Jayson la prendeva in braccio, guidato dalla sola forza di sapere se in qualche modo quello che era successo fosse legato a lui. Gli parve impossibile che le uniche due donne che gli mostravano affetto avessero fatto quella fine, a distanza di così poco tempo. Dentro di sé percepiva il fatto di essere stato coinvolto in qualcosa che non gli dava tregua e che, se non lo avesse fermato, sarebbe continuato. Ed era proprio questo che gli faceva più male. Secondo la sua logica la prossima vittima doveva essere proprio Marie.
Si fermarono davanti ad un vecchio cancello color ruggine, dotato di alte guglie, che facevano da ostacolo.
-Un campanello!- disse la sorella, e andò per premerlo, ma si punse il palmo della mano. Attorno ad esso erano cresciute delle piante con le spine. Il cancello iniziò ad aprirsi lentamente, bloccandosi quasi subito. Ci passarono appena, sporcandosi i vestiti di ruggine. C’erano dei gradini che finivano in un edificio alto poco più di due piani, con le finestre buie. Ai lati della gradinata c’erano dei cespugli e qualche fontana, prosciugata e piena di fogliame. Alla sinistra, pochi passi più avanti due perle gialle brillavano nell’oscurità. Si mossero verso i ragazzi, lentamente. Quando arrivarono a una decina di metri da loro due, videro un grosso dobermann nero che li scrutava. Si mise a ringhiare all’improvviso, scattando verso i due che si misero a correre verso la casa. La ragazzina ad un tratto inciampò in un gradino e vide il muso dell’animale arrivargli in prossimità del viso. Chiuse gli occhi. Si sentì fortunatamente un rumore di catene, e Marie, con il cuore a mille, indietreggiò alzandosi da terra. Quando si voltarono, videro sulla soglia della porta una sagoma maschile, che li attendeva.


Capitolo numero 5

mercoledì 10 marzo 2010

CAPITOLO 5 - OLTRE LO SPECCHIO


-Salve ragazzi. Entrate- disse il parroco.
La sala in cui li fece accomodare era composta da due divanetti ed un tavolo centrale, color rame. -Volevamo chiederle se potrebbe esserci d’aiuto riguardo quanto successo in questi giorni, noi siamo le persone più legate alle vittime. Abbiamo parlato con la polizia e ci hanno detto che, secondo i segni trovati, riguarda qualche setta satanica, così abbiamo pensato che lei fosse la persona più indicata a cui fare affidamento-. Disse Jayson.
-Che cosa simboleggiano i segni trovati?- chiese il parroco, interessato.
-Raffigurano un cerchio di diametro dieci, attraversato da un piccolo anello. In entrambi i casi le cicatrici erano state incise tempo indietro.-. Spiegò la ragazzina.
-Ho già sentito parlare di un simbolo del genere, ma nei circoli satanici che si creano, solitamente scrivono delle parole. Sono a conoscenza che qui a Swan Hill qualche tempo fa erano state trovate delle grotte dove alcune persone si ritrovavano a fare dei riti satanici- disse l’uomo. -Potrebbe dirci dove si trovano esattamente?- chiese lei.
-Se volete sono anche disposto ad accompagnarvi, uno dei posti si trova appena sotto a questo colle. Possiamo recarci appena farà luce, intanto potrei prestarvi una camera, immagino che non sia stato facile fare tutta questa strada da soli- concluse il parroco.
I ragazzi rimasero un po’ sconcertati: era da tanto tempo che non parlavano con qualcuno di una tale gentilezza. Ovviamente accettarono e andarono a dormire in una stanza al piano superiore.
La mattina seguente, l’uomo offrì del pane e del latte ai ragazzi e subito dopo si diressero verso la grotta per cercare delle risposte. Ripercorsero metà strada del colle, tagliando poi per il prato andando verso una macchia di pini. In quella zona, tra le sterpaglie per terra, videro anche una fessura su una roccia, abbastanza larga da poterci passare. Uno alla volta entrarono nella grotta, che si presentò fredda e opaca. Le pareti erano interamente ricoperte da segni rossi, disegni di spiriti. Al centro un agglomerato di mattoni fungeva da tavolino. Altre quattro pietre formavano le sedie. Si avvicinarono, vedendo che sul tavolo c’erano quattro candele rosse ed uno specchio rotto. Più da vicino notarono che le crepe dello specchio formavano esattamente il simbolo degli omicidi. Il killer faceva parte della setta. Alzando la candela vide una scritta sotto di essa. E. 23 I. Marie e il Parroco alzarono altre due candele: G. 15 A, B. 18 J. Sotto all’ultima la scritta riportata segnalava A. 7 J. Jayson ci pensò un attimo. Gli bastò pochissimo per decifrare i codici. -Elizabeth, 23 settembre, settembre è il nono mese, la nona lettera dell’alfabeto è la "i". Seguendo lo stesso metodo: Grazielle, 15 gennaio, successe però sei anni prima come si può notare dalla scritta ormai cancellata. Alba, 7 novembre e B. 18 novembre. Quattro donne che facevano parte dello stesso circolo, uccise da una persona, che agisce programmando il tempo-. Jayson aveva sempre avuto a che fare con quesiti di questo genere, letti nelle centinaia di libri della biblioteca, consumando le sue giornate. Erano nel centro del quesito. L’unico problema era scoprire il posto in cui il killer avrebbe agito nel suo ultimo atto. Mancavano esattamente 10 giorni. Nel tempo rimanente sarebbero dovuti proseguire con le ricerche. Ma per il momento non avevano altri dati. Forse li avrebbero aiutati la polizia, forse il parroco avrebbe scoperto dell’altro, forse avrebbero dovuto trovare una soluzione da soli. Dovevano tornare a casa però. Riprendere fiato per un momento, mangiare e riposarsi, azioni delle quali il corpo si era rifiutato di compiere da un paio di giorni.
Alla strada che svoltava verso la dimora dell’uomo, deviarono in direzione della città, porgendo le loro gratitudini e vedendo la figura risalire il colle con il capo rivolto verso terra. Erano di nuovo soli.


Capitolo numero 6

martedì 2 marzo 2010

CAPITOLO 6 - OLTRE LO SPECCHIO


Trovarono la porta aperta quando rientrarono. Milford non era in casa. Entrambi immaginarono che fosse andato al solito bar a sbronzarsi come faceva da due settimane a quella parte. Se non che si prepararono una pasta veloce e mangiarono esattamente come facevano una volta, tanto tempo fa, quando era la madre a preparare il pranzo, non facendo mai mancare un dolce. L’ultima volta che mangiarono assieme, Grazielle aveva preparato dei biscotti al cioccolato, decorati con le meringhe. Quella sera i due fratelli si guardarono un film alla televisione, come sei anni prima. Fecero così anche il sabato successivo, per ricordare i momenti che passavano con i genitori quando quel 15 gennaio distrusse la loro vita. Andando verso le camere, prima di coricarsi, i due, passando per il corridoio al piano superiore, si soffermarono sullo specchio bianco di Elizabeth. L’immagine riflessa mostrava l’anima di due ragazzini, una bionda con gli occhi scurissimi, l’altro ramato, venti centimetri più alto e con una tonalità di occhi compresa fra il verde e il ciano. Lei restò tremendamente sorpresa nel vedere quanto fossero cresciuti, dall’ultima volta in cui si specchiarono. Lui, restò a meditare nei lineamenti della sorella e a quanto fossero simili a quelli suoi, pur essendo visibilmente diversi. Notò, però, con astuzia il fatto che una parte del viso della ragazza era leggermente più avanzato dell’altro. Un occhio appariva poco più ristretto. Guardò poi Marie, che stava dritta accanto a lui, in posizione perfettamente orizzontale rispetto al muro. Quando lei si accorse che Jayson la stava fissando, si voltò dalla sua parte, scorgendo nei suoi occhi un velo di stupore. Questo sentimento passò subito a lei, quando vide che con decisione, il fratello cercava di staccare lo specchio dal muro.
-Che stai cercando di fare?- chiese lei.
-Dietro allo specchio c’è qualcosa!- rispose lui e, quando riuscì a toglierlo, videro un blocco di muro a faccia quadrata, sporgere lievemente dal resto della muratura. Entrambi lo tirarono verso di loro, togliendolo a poco a poco dalla parete. Lo appoggiarono a terra, dopodiché, presero quello che trovarono all’interno. Una busta bianca. La aprirono. All’interno, un foglio un po’ ingiallito faceva da sfondo a delle parole scritte con inchiostro nero. Riconobbero la calligrafia della madre, in una lettera destinata al marito.
“4 gennaio 1976. Ti scrivo questa lettera per ringraziarti di quello che stai momentaneamente facendo per la famiglia, mentre sono malata, e ti prendi cura di me e dei nostri figli come nessuno saprebbe fare. Sei davvero una persona straordinaria. Quando finalmente starò meglio, voglio riportarvi nei posti più belli che abbiamo visto finora, stavolta anche con i ragazzi. Tu li ricordi? Io non potrei dimenticare la muraglia cinese, il Colosseo di Roma, il muro del pianto, le piramidi d’Egitto, la biblioteca Alessandrina, Venezia, la torre di Londra. Abbi pazienza ancora per poco, i dottori dicono che mi rimetterò presto. Aspettando, grazie di tutto. Con affetto, Grazielle..”
Jayson si fermò su quelle parole, fissando lo spazio tra di esse. Uno spazio irraggiungibile, quello che si era creato tra lui e la madre. La sorella strappò velocemente la carta dalle mani del ragazzo, leggendo alcune parole.
-Jayson! Il muro del pianto, la biblioteca Alessandrina! La murata della piazza, la biblioteca della Main Street!-.
Il ragazzo si avvicinò, guardando anche lui la lettera. Era un indizio chiaro e tondo. Il prossimo omicidio aveva a che fare o con la città di Venezia o con la Torre di Londra. Cercarono di ragionarci assieme, cercando un motivo valido per scartare una delle due alternative. Venezia poteva simboleggiare acqua oppure maschere. Il Big Bang il campanile della città. In ogni caso, il campanile era il posto più insolito per un omicidio. Se avesse lasciato il cadavere in un fiume, probabilmente il segno che compariva non sarebbe potuto essere visto. In un modo o nell’altro, il killer voleva essere riconosciuto come tale, sfogando tutta la sua rabbia contro delle vittime innocenti. Jayson fu interrotto dai singhiozzi della sorella.
-Che ti prende?- le chiese. -È stato papà! Le ha uccise lui la zia e Alba!-. Il ragazzo non seppe cosa dire, si sentiva così piccolo di fronte a quello che stava succedendo. Non poteva crederci. Era impossibile. Come poteva suo padre fare una cosa del genere? Perché avrebbe dovuto farlo? La sua anima non si dava pace. Abbracciò la sorella che, aggrappandosi alla maglia del fratello, pianse.
-Marie … non piangere. Tanto cosa può succederci di peggio? Stiamo male entrambi ma, dopo tutto quello che è successo, non vale la pena di versare ancora lacrime. Mercoledì andremo su quella maledetta torre e avremo una risposta!- cercò di convincerla, fingendo il più possibile di essere ragionevole anche se, dentro se stesso, sapeva di avere l’animo di un bambino. La sentì smettere di piangere e, in quel momento, riprese fiducia in se stesso. La prese in braccio, accompagnandola alla camera. La distese nel letto e lui si sedette accanto a lei, accarezzandole piano i capelli. Sfiorandole il collo, sentì che la sua pelle era molto fredda. Così la coprì con una coperta e le accese una candela nel comodino di legno. Lui si distese nel pavimento, sul tappeto e, chiudendo gli occhi, si abbandonò al sonno.


Ultimo capitolo

giovedì 25 febbraio 2010

CAPITOLO 7 - OLTRE LO SPECCHIO


Mercoledì mattina, furono svegliati dal soprassalto. Corsero velocemente a prendersi una giacca e uscirono di casa. Di corsa andarono verso il campanile. Entrarono. La luce penetrava dalle finestrelle piccole, intagliate sulla pietra. Si vedevano appena i gradini, ma non potevano accendere la luce o il killer li avrebbero scoperti. Fecero la prima rampa, con la massima calma. Proseguirono altre cinque, fermandosi poi per un momento. Sentirono dei lamenti provenire da piani più alti. Accelerarono il passo, sentendo l’avvicinarsi del pericolo incombere nei loro corpi. Si trovarono di fronte agli ultimi dieci gradini, dopo dei quali avrebbero scoperto se veramente il loro padre aveva ucciso quelle donne. Improvvisamente Marie si sbilanciò, aggrappandosi al muro. Le campane suonarono. A quel punto si sentì un ultimo urlo di una signora. Seguì un silenzio assoluto. Il killer, però, li sentì. Comparve di fronte a loro, ricoperto da un mantello nero e da una maschera del medesimo colore nel viso. Jayson, corrotto dalla stessa curiosità di quel giorno, gli corse incontro, strappandogliela dalla faccia, scoprendo un volto troppo familiare. Era veramente suo padre.
-Perché fai questo?- domandò urlando Jayson.
-Perché voglio vendicare tua madre!- ribatté Tom. Il ragazzo emise uno sguardo interrogativo.
-Tu eri solo un bambino Jayson, non sai cosa successe veramente. Tua madre era malata di cancro e per cercare di curarsi andò a chiedere guarigione a tre signore che praticavano dei riti. Quei riti erano satanici e la uccisero! Queste donne uccisero tua madre! E non avrò pace finché non avrò concluso la mia vendetta!- spiegò il padre.
-No!- il ragazzo sentì un odio profondo partirgli dalle viscere per salire fino alla testa. Era tutta una menzogna, la sua vita, tutti gli avevano mentito fino a quel momento.
-Si Jayson! Questo per me non ha più senso, vivere non ha più senso. Ma uccidersi senza vendicarsi è ancora più inutile!-
Dietro suo padre, vide una donna che, impiccata nel cordone del campanile, scaturiva compassione. Ne sentiva i respiri soffocati. Quante volte aveva assistito ad una scena del genere? Ormai troppe. Si era trovato di fronte a un viso che chiedeva pietà troppe volte messe insieme nella sua vita. Quella donna di fronte a se però aveva qualcosa che le altre non avevano. Era ancora viva. In quel momento il ragazzo sentì il desiderio di salvarla e, come se una forza dentro di lui agisse da sola, avanzò per slegare la vittima. Ma il padre lo afferrò per un braccio, scagliandolo sul pavimento
-Cosa c’è? Non odi tutte queste persone? Non credi che sia solo colpa loro se tua madre è morta? Non vedi il simbolo che ha?- disse voltandosi e andando a stracciare la maglia della donna, per mostrare il simbolo nascosto, poi continuò: -Vergognati!-.
-È vero, ma è stata anche lei ad andare da loro, non puoi scaricare la colpa solo su queste donne! Come hai potuto distruggere la vita di queste persone? Volevano solo aiutarla! … Ti odio!- a quelle parole del figlio, Tom diventò nero di rabbia, lanciandogli contro un coltello che conservava in tasca, con l’intenzione di colpirlo. Il ragazzo si scostò di lato, ricevendo di striscio il coltello nel polso sinistro. Si rialzò e corse sul pianerottolo, sfuggendo alla presa del padre. Cercava disperatamente un modo per riuscire a salvare almeno quella vittima. Con il coltello in mano procedette verso il padre, per minacciarlo. Questo non emise alcun segno di preoccupazione. Lo fissava con un mezzo sorriso. Quando fu in prossimità del corpo di Tom, Jayson si sentì afferrare per la maglia. Qualcosa lo tirò alle spalle. Dopo qualche secondo percepì la vista offuscata e un dolore intenso alla gamba sinistra. Qualche attimo dopo riuscì a riconoscere la sua posizione. Lo avevano fatto cadere violentemente dalle scale, facendogli sbattere la testa. Ma non fu suo padre. Guardò in alto, nel posto in cui si trovava qualche momento prima. Sua sorella lo contemplava con sguardo maligno. Era anche lei contro di lui. Non sapeva come, ma se lo sarebbe aspettato. Non sarebbe più riuscito a sopportare tutto questo. E cosa più importante avrebbe dovuto fermarli o la città sarebbe scomparsa. Accese le luci dall’interruttore nel muro del campanile e ruppe una lampadina, provocando una fiamma. Con decisione e fermezza, si tolse la maglia e la posò su di essa. L’incendio cominciò. Jayson sentì un calore profondo sommergerlo, interpretandolo come qualcosa di essenziale. Tutto era in fiamme attorno a lui, e tra il fluente movimento del fuoco vide le due figure che tentavano invano una via d’uscita. Non sarebbero riusciti a fuggire senza bruciarsi. Jayson era felice. Felice che nella sua vita fosse riuscito a fare qualcosa di positivo per se stesso e per gli altri. La sua esistenza si consumò con i resti della torre. Fino all’ultimo istante lui non ebbe rimpianti per ciò che stava facendo. Accanto a lui, anche i due complici che avevano fatto andare in delirio la gente con i suoi giochi sporchi avrebbero smesso di abitare la città. Finalmente Swan Hill avrebbe potuto riacquistare la pace, forse.