...il solo sapere che un buon libro sta aspettando alla fine di una lunga giornata rende quella giornata più felice...

Kathleen Norris

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domenica 4 aprile 2010

IN ARRIVOOOOOOOO!!!!


Ecco in arrivo il quarto libro..speriamo che vi siano piaciuti tutti fin'ora e speriamo che questo vi piaccia ancora di più.
Parlerà di uno scambio di persona..ma tutti i dettagli vi verranno svelati più avanti!!!!
A presto,

Elia Bonetto, Giulia Vigolo, Iselle Marta

domenica 14 marzo 2010

CAPITOLO 4 - OLTRE LO SPECCHIO


Arrivarono all’ufficio dopo una ventina di minuti, passando per la periferia del paese, evitando quindi l’ammasso fitto di persone nella libreria. Incontrarono diverse persone durante il tragitto, probabilmente se ne stavano tornando a casa.
Entrarono e si sedettero all’interno dell’ufficio di un certo Mr Kayle, un uomo di mezza età, alto e con uno strano ciuffo di capelli che gli nascondeva mezzo viso.
-Avremmo bisogno di alcuni chiarimenti riguardo a quanto successo in queste due settimane- disse Marie, iniziando il discorso.
-Tutto quello che sappiamo è che gli omicidi sono probabilmente a causa di una sola persona. Inoltre nel corpo delle due vittime è stato trovato un segno inciso sulla pelle. Il segno corrisponde in entrambe le donne e si trova inciso sul lato alto destro della schiena. Raffigura un cerchio di diametro dieci centimetri circa, attraversato da un anello più piccolo, intrecciato ad esso. In questi giorni si stanno svolgendo delle indagini più approfondite. Sembra che si tratti di segni riguardanti qualche circolo satanico e che siano state incise da molto tempo- rispose il poliziotto, quasi tutto d’un fiato.
-Tra quanto tempo potremmo avere delle risposte certe?- chiese Jayson.
-Non lo sappiamo con certezza … ormai non abbiamo più idea di dove dirigerci, mi dispiace ragazzi ma non posso esservi d’aiuto più di così- finì lui.
-Quello che ci ha riferito non è poco, la ringraziamo veramente, arrivederci- salutò la sorella, guidando anche Jayson fuori dall’edificio.
-Dobbiamo parlare con il parroco, se tutto questo è legato alle sette sataniche è l’unica persona che può aiutarci-.
Era talmente decisa che Jayson non ebbe parole per contestarla. In un certo senso era anche strana la cosa. Fino al giorno prima detestava sua sorella come il resto della sua “famiglia” e la digrignava escludendola dalla sua vita. In quel momento, però, si rese conto che lei era tutto quello che gli rimaneva. Allora lui la pizzicò su un fianco, per scherzare. Subito dopo, lei fece un grande sorriso, aggrappandosi alle braccia di Jayson e andando verso il colle, dove avrebbero parlato con il parroco.
La strada che conduceva a destinazione si estendeva tra gli alberi ormai spogli. Era sera e in quella stagione il buio non si faceva attendere: la strada sabbiosa era illuminata solamente da qualche basso lampione. Si percorrevano dei tratti ripidi, altri più longilinei, e l’atmosfera che si stava creando richiamava un senso di solitudine ed esclusione. Era come stare in un film horror, vivendo la scena di suspense che preannuncia l’uscita improvvisa del nemico. Invece, sembrava che nulla scostasse di un millimetro quella sensazione, nessun nemico, solo qualche gatto randagio si scorgeva tra l’erba attorno alla stradicciola, facendosi notare con il luccichio degli occhi. La strada pareva estendersi all’infinito, non se ne vedeva il concludersi, andavano solo incontro al riflesso nero del cielo, verso qualcosa di indefinito. Era orrendo come quel posto fosse così deserto e sentirsi così soli in mezzo a quella quiete autunnale dava i brividi. Di tanto in tanto la sorella faceva notare qualche segno di stanchezza e allora Jayson la prendeva in braccio, guidato dalla sola forza di sapere se in qualche modo quello che era successo fosse legato a lui. Gli parve impossibile che le uniche due donne che gli mostravano affetto avessero fatto quella fine, a distanza di così poco tempo. Dentro di sé percepiva il fatto di essere stato coinvolto in qualcosa che non gli dava tregua e che, se non lo avesse fermato, sarebbe continuato. Ed era proprio questo che gli faceva più male. Secondo la sua logica la prossima vittima doveva essere proprio Marie.
Si fermarono davanti ad un vecchio cancello color ruggine, dotato di alte guglie, che facevano da ostacolo.
-Un campanello!- disse la sorella, e andò per premerlo, ma si punse il palmo della mano. Attorno ad esso erano cresciute delle piante con le spine. Il cancello iniziò ad aprirsi lentamente, bloccandosi quasi subito. Ci passarono appena, sporcandosi i vestiti di ruggine. C’erano dei gradini che finivano in un edificio alto poco più di due piani, con le finestre buie. Ai lati della gradinata c’erano dei cespugli e qualche fontana, prosciugata e piena di fogliame. Alla sinistra, pochi passi più avanti due perle gialle brillavano nell’oscurità. Si mossero verso i ragazzi, lentamente. Quando arrivarono a una decina di metri da loro due, videro un grosso dobermann nero che li scrutava. Si mise a ringhiare all’improvviso, scattando verso i due che si misero a correre verso la casa. La ragazzina ad un tratto inciampò in un gradino e vide il muso dell’animale arrivargli in prossimità del viso. Chiuse gli occhi. Si sentì fortunatamente un rumore di catene, e Marie, con il cuore a mille, indietreggiò alzandosi da terra. Quando si voltarono, videro sulla soglia della porta una sagoma maschile, che li attendeva.


Capitolo numero 5

mercoledì 10 marzo 2010

CAPITOLO 5 - OLTRE LO SPECCHIO


-Salve ragazzi. Entrate- disse il parroco.
La sala in cui li fece accomodare era composta da due divanetti ed un tavolo centrale, color rame. -Volevamo chiederle se potrebbe esserci d’aiuto riguardo quanto successo in questi giorni, noi siamo le persone più legate alle vittime. Abbiamo parlato con la polizia e ci hanno detto che, secondo i segni trovati, riguarda qualche setta satanica, così abbiamo pensato che lei fosse la persona più indicata a cui fare affidamento-. Disse Jayson.
-Che cosa simboleggiano i segni trovati?- chiese il parroco, interessato.
-Raffigurano un cerchio di diametro dieci, attraversato da un piccolo anello. In entrambi i casi le cicatrici erano state incise tempo indietro.-. Spiegò la ragazzina.
-Ho già sentito parlare di un simbolo del genere, ma nei circoli satanici che si creano, solitamente scrivono delle parole. Sono a conoscenza che qui a Swan Hill qualche tempo fa erano state trovate delle grotte dove alcune persone si ritrovavano a fare dei riti satanici- disse l’uomo. -Potrebbe dirci dove si trovano esattamente?- chiese lei.
-Se volete sono anche disposto ad accompagnarvi, uno dei posti si trova appena sotto a questo colle. Possiamo recarci appena farà luce, intanto potrei prestarvi una camera, immagino che non sia stato facile fare tutta questa strada da soli- concluse il parroco.
I ragazzi rimasero un po’ sconcertati: era da tanto tempo che non parlavano con qualcuno di una tale gentilezza. Ovviamente accettarono e andarono a dormire in una stanza al piano superiore.
La mattina seguente, l’uomo offrì del pane e del latte ai ragazzi e subito dopo si diressero verso la grotta per cercare delle risposte. Ripercorsero metà strada del colle, tagliando poi per il prato andando verso una macchia di pini. In quella zona, tra le sterpaglie per terra, videro anche una fessura su una roccia, abbastanza larga da poterci passare. Uno alla volta entrarono nella grotta, che si presentò fredda e opaca. Le pareti erano interamente ricoperte da segni rossi, disegni di spiriti. Al centro un agglomerato di mattoni fungeva da tavolino. Altre quattro pietre formavano le sedie. Si avvicinarono, vedendo che sul tavolo c’erano quattro candele rosse ed uno specchio rotto. Più da vicino notarono che le crepe dello specchio formavano esattamente il simbolo degli omicidi. Il killer faceva parte della setta. Alzando la candela vide una scritta sotto di essa. E. 23 I. Marie e il Parroco alzarono altre due candele: G. 15 A, B. 18 J. Sotto all’ultima la scritta riportata segnalava A. 7 J. Jayson ci pensò un attimo. Gli bastò pochissimo per decifrare i codici. -Elizabeth, 23 settembre, settembre è il nono mese, la nona lettera dell’alfabeto è la "i". Seguendo lo stesso metodo: Grazielle, 15 gennaio, successe però sei anni prima come si può notare dalla scritta ormai cancellata. Alba, 7 novembre e B. 18 novembre. Quattro donne che facevano parte dello stesso circolo, uccise da una persona, che agisce programmando il tempo-. Jayson aveva sempre avuto a che fare con quesiti di questo genere, letti nelle centinaia di libri della biblioteca, consumando le sue giornate. Erano nel centro del quesito. L’unico problema era scoprire il posto in cui il killer avrebbe agito nel suo ultimo atto. Mancavano esattamente 10 giorni. Nel tempo rimanente sarebbero dovuti proseguire con le ricerche. Ma per il momento non avevano altri dati. Forse li avrebbero aiutati la polizia, forse il parroco avrebbe scoperto dell’altro, forse avrebbero dovuto trovare una soluzione da soli. Dovevano tornare a casa però. Riprendere fiato per un momento, mangiare e riposarsi, azioni delle quali il corpo si era rifiutato di compiere da un paio di giorni.
Alla strada che svoltava verso la dimora dell’uomo, deviarono in direzione della città, porgendo le loro gratitudini e vedendo la figura risalire il colle con il capo rivolto verso terra. Erano di nuovo soli.


Capitolo numero 6

martedì 2 marzo 2010

CAPITOLO 6 - OLTRE LO SPECCHIO


Trovarono la porta aperta quando rientrarono. Milford non era in casa. Entrambi immaginarono che fosse andato al solito bar a sbronzarsi come faceva da due settimane a quella parte. Se non che si prepararono una pasta veloce e mangiarono esattamente come facevano una volta, tanto tempo fa, quando era la madre a preparare il pranzo, non facendo mai mancare un dolce. L’ultima volta che mangiarono assieme, Grazielle aveva preparato dei biscotti al cioccolato, decorati con le meringhe. Quella sera i due fratelli si guardarono un film alla televisione, come sei anni prima. Fecero così anche il sabato successivo, per ricordare i momenti che passavano con i genitori quando quel 15 gennaio distrusse la loro vita. Andando verso le camere, prima di coricarsi, i due, passando per il corridoio al piano superiore, si soffermarono sullo specchio bianco di Elizabeth. L’immagine riflessa mostrava l’anima di due ragazzini, una bionda con gli occhi scurissimi, l’altro ramato, venti centimetri più alto e con una tonalità di occhi compresa fra il verde e il ciano. Lei restò tremendamente sorpresa nel vedere quanto fossero cresciuti, dall’ultima volta in cui si specchiarono. Lui, restò a meditare nei lineamenti della sorella e a quanto fossero simili a quelli suoi, pur essendo visibilmente diversi. Notò, però, con astuzia il fatto che una parte del viso della ragazza era leggermente più avanzato dell’altro. Un occhio appariva poco più ristretto. Guardò poi Marie, che stava dritta accanto a lui, in posizione perfettamente orizzontale rispetto al muro. Quando lei si accorse che Jayson la stava fissando, si voltò dalla sua parte, scorgendo nei suoi occhi un velo di stupore. Questo sentimento passò subito a lei, quando vide che con decisione, il fratello cercava di staccare lo specchio dal muro.
-Che stai cercando di fare?- chiese lei.
-Dietro allo specchio c’è qualcosa!- rispose lui e, quando riuscì a toglierlo, videro un blocco di muro a faccia quadrata, sporgere lievemente dal resto della muratura. Entrambi lo tirarono verso di loro, togliendolo a poco a poco dalla parete. Lo appoggiarono a terra, dopodiché, presero quello che trovarono all’interno. Una busta bianca. La aprirono. All’interno, un foglio un po’ ingiallito faceva da sfondo a delle parole scritte con inchiostro nero. Riconobbero la calligrafia della madre, in una lettera destinata al marito.
“4 gennaio 1976. Ti scrivo questa lettera per ringraziarti di quello che stai momentaneamente facendo per la famiglia, mentre sono malata, e ti prendi cura di me e dei nostri figli come nessuno saprebbe fare. Sei davvero una persona straordinaria. Quando finalmente starò meglio, voglio riportarvi nei posti più belli che abbiamo visto finora, stavolta anche con i ragazzi. Tu li ricordi? Io non potrei dimenticare la muraglia cinese, il Colosseo di Roma, il muro del pianto, le piramidi d’Egitto, la biblioteca Alessandrina, Venezia, la torre di Londra. Abbi pazienza ancora per poco, i dottori dicono che mi rimetterò presto. Aspettando, grazie di tutto. Con affetto, Grazielle..”
Jayson si fermò su quelle parole, fissando lo spazio tra di esse. Uno spazio irraggiungibile, quello che si era creato tra lui e la madre. La sorella strappò velocemente la carta dalle mani del ragazzo, leggendo alcune parole.
-Jayson! Il muro del pianto, la biblioteca Alessandrina! La murata della piazza, la biblioteca della Main Street!-.
Il ragazzo si avvicinò, guardando anche lui la lettera. Era un indizio chiaro e tondo. Il prossimo omicidio aveva a che fare o con la città di Venezia o con la Torre di Londra. Cercarono di ragionarci assieme, cercando un motivo valido per scartare una delle due alternative. Venezia poteva simboleggiare acqua oppure maschere. Il Big Bang il campanile della città. In ogni caso, il campanile era il posto più insolito per un omicidio. Se avesse lasciato il cadavere in un fiume, probabilmente il segno che compariva non sarebbe potuto essere visto. In un modo o nell’altro, il killer voleva essere riconosciuto come tale, sfogando tutta la sua rabbia contro delle vittime innocenti. Jayson fu interrotto dai singhiozzi della sorella.
-Che ti prende?- le chiese. -È stato papà! Le ha uccise lui la zia e Alba!-. Il ragazzo non seppe cosa dire, si sentiva così piccolo di fronte a quello che stava succedendo. Non poteva crederci. Era impossibile. Come poteva suo padre fare una cosa del genere? Perché avrebbe dovuto farlo? La sua anima non si dava pace. Abbracciò la sorella che, aggrappandosi alla maglia del fratello, pianse.
-Marie … non piangere. Tanto cosa può succederci di peggio? Stiamo male entrambi ma, dopo tutto quello che è successo, non vale la pena di versare ancora lacrime. Mercoledì andremo su quella maledetta torre e avremo una risposta!- cercò di convincerla, fingendo il più possibile di essere ragionevole anche se, dentro se stesso, sapeva di avere l’animo di un bambino. La sentì smettere di piangere e, in quel momento, riprese fiducia in se stesso. La prese in braccio, accompagnandola alla camera. La distese nel letto e lui si sedette accanto a lei, accarezzandole piano i capelli. Sfiorandole il collo, sentì che la sua pelle era molto fredda. Così la coprì con una coperta e le accese una candela nel comodino di legno. Lui si distese nel pavimento, sul tappeto e, chiudendo gli occhi, si abbandonò al sonno.


Ultimo capitolo

giovedì 25 febbraio 2010

CAPITOLO 7 - OLTRE LO SPECCHIO


Mercoledì mattina, furono svegliati dal soprassalto. Corsero velocemente a prendersi una giacca e uscirono di casa. Di corsa andarono verso il campanile. Entrarono. La luce penetrava dalle finestrelle piccole, intagliate sulla pietra. Si vedevano appena i gradini, ma non potevano accendere la luce o il killer li avrebbero scoperti. Fecero la prima rampa, con la massima calma. Proseguirono altre cinque, fermandosi poi per un momento. Sentirono dei lamenti provenire da piani più alti. Accelerarono il passo, sentendo l’avvicinarsi del pericolo incombere nei loro corpi. Si trovarono di fronte agli ultimi dieci gradini, dopo dei quali avrebbero scoperto se veramente il loro padre aveva ucciso quelle donne. Improvvisamente Marie si sbilanciò, aggrappandosi al muro. Le campane suonarono. A quel punto si sentì un ultimo urlo di una signora. Seguì un silenzio assoluto. Il killer, però, li sentì. Comparve di fronte a loro, ricoperto da un mantello nero e da una maschera del medesimo colore nel viso. Jayson, corrotto dalla stessa curiosità di quel giorno, gli corse incontro, strappandogliela dalla faccia, scoprendo un volto troppo familiare. Era veramente suo padre.
-Perché fai questo?- domandò urlando Jayson.
-Perché voglio vendicare tua madre!- ribatté Tom. Il ragazzo emise uno sguardo interrogativo.
-Tu eri solo un bambino Jayson, non sai cosa successe veramente. Tua madre era malata di cancro e per cercare di curarsi andò a chiedere guarigione a tre signore che praticavano dei riti. Quei riti erano satanici e la uccisero! Queste donne uccisero tua madre! E non avrò pace finché non avrò concluso la mia vendetta!- spiegò il padre.
-No!- il ragazzo sentì un odio profondo partirgli dalle viscere per salire fino alla testa. Era tutta una menzogna, la sua vita, tutti gli avevano mentito fino a quel momento.
-Si Jayson! Questo per me non ha più senso, vivere non ha più senso. Ma uccidersi senza vendicarsi è ancora più inutile!-
Dietro suo padre, vide una donna che, impiccata nel cordone del campanile, scaturiva compassione. Ne sentiva i respiri soffocati. Quante volte aveva assistito ad una scena del genere? Ormai troppe. Si era trovato di fronte a un viso che chiedeva pietà troppe volte messe insieme nella sua vita. Quella donna di fronte a se però aveva qualcosa che le altre non avevano. Era ancora viva. In quel momento il ragazzo sentì il desiderio di salvarla e, come se una forza dentro di lui agisse da sola, avanzò per slegare la vittima. Ma il padre lo afferrò per un braccio, scagliandolo sul pavimento
-Cosa c’è? Non odi tutte queste persone? Non credi che sia solo colpa loro se tua madre è morta? Non vedi il simbolo che ha?- disse voltandosi e andando a stracciare la maglia della donna, per mostrare il simbolo nascosto, poi continuò: -Vergognati!-.
-È vero, ma è stata anche lei ad andare da loro, non puoi scaricare la colpa solo su queste donne! Come hai potuto distruggere la vita di queste persone? Volevano solo aiutarla! … Ti odio!- a quelle parole del figlio, Tom diventò nero di rabbia, lanciandogli contro un coltello che conservava in tasca, con l’intenzione di colpirlo. Il ragazzo si scostò di lato, ricevendo di striscio il coltello nel polso sinistro. Si rialzò e corse sul pianerottolo, sfuggendo alla presa del padre. Cercava disperatamente un modo per riuscire a salvare almeno quella vittima. Con il coltello in mano procedette verso il padre, per minacciarlo. Questo non emise alcun segno di preoccupazione. Lo fissava con un mezzo sorriso. Quando fu in prossimità del corpo di Tom, Jayson si sentì afferrare per la maglia. Qualcosa lo tirò alle spalle. Dopo qualche secondo percepì la vista offuscata e un dolore intenso alla gamba sinistra. Qualche attimo dopo riuscì a riconoscere la sua posizione. Lo avevano fatto cadere violentemente dalle scale, facendogli sbattere la testa. Ma non fu suo padre. Guardò in alto, nel posto in cui si trovava qualche momento prima. Sua sorella lo contemplava con sguardo maligno. Era anche lei contro di lui. Non sapeva come, ma se lo sarebbe aspettato. Non sarebbe più riuscito a sopportare tutto questo. E cosa più importante avrebbe dovuto fermarli o la città sarebbe scomparsa. Accese le luci dall’interruttore nel muro del campanile e ruppe una lampadina, provocando una fiamma. Con decisione e fermezza, si tolse la maglia e la posò su di essa. L’incendio cominciò. Jayson sentì un calore profondo sommergerlo, interpretandolo come qualcosa di essenziale. Tutto era in fiamme attorno a lui, e tra il fluente movimento del fuoco vide le due figure che tentavano invano una via d’uscita. Non sarebbero riusciti a fuggire senza bruciarsi. Jayson era felice. Felice che nella sua vita fosse riuscito a fare qualcosa di positivo per se stesso e per gli altri. La sua esistenza si consumò con i resti della torre. Fino all’ultimo istante lui non ebbe rimpianti per ciò che stava facendo. Accanto a lui, anche i due complici che avevano fatto andare in delirio la gente con i suoi giochi sporchi avrebbero smesso di abitare la città. Finalmente Swan Hill avrebbe potuto riacquistare la pace, forse.

giovedì 7 gennaio 2010

SORPRESA!!!

"oddio no!"
Dopo un’intensa ora di fisica, la campanella suonò indicando la fine della terza ora e l’inizio della ricreazione. La nostra materia grigia poteva finalmente andare in standby durante gli unici quindici minuti della mattinata in cui ogni ragazzo può farsi i cavoli suoi. La maggior parte ne approfittava per correre alle macchinette per non dover rischiare di finire in una coda che rubasse metà del tempo. Altri, invece preferivano mettersi ad ascoltare l’I-Pod o parlare di qualsiasi cosa; il resto della classe se ne andava in giro per la scuola per incontrare qualche faccia nuova. Io ero seduta sul banco con la schiena appoggiata al muro, intenta a mescolare lo zucchero nel tè, girando il cucchiaino e osservando la scia bianca che si porta dietro all’interno del bicchierino di plastica. Fummo tutti sorpresi quando il rappresentante di classe entrò di colpo in aula con il fiatone dicendoci che aveva sentito da alcuni amici di quarta che il professore di biologia avrebbe fatto un compito a sorpresa dopo la ricreazione. Avevamo quella materia all’ultima ora!
Aveva già fatto un compito la settimana prima quindi non eravamo preparati, ma probabilmente, visti i nostri risultati nei compiti e nelle interrogazioni, era quasi scontato che la classe destinata era la nostra. Il problema principale fu quello dell’argomento. Il professore non aveva spiegato argomenti nuovi dall’ultimo compito, si era solo limitato ad interrogare quelli che avevano voti sotto la sufficienza. Sicuramente ne aveva scelto uno di qualche mese fa, ma essendo stato circa metà anno, il tempo della ricreazione non sarebbe bastato per riuscire a ripassare e prendere un voto sopra il sei. Potrebbe aver fatto domande incentrate su di una pagina del libro di testo, come su cento. Poteva scegliere un quesito per argomento oppure, peggio ancora, chiederci formule chimiche o legami atomici e molecolari.

Circa tre quarti della classe iniziò a sfogliare il quaderno degli appunti per andare a cercarsi le parole o i concetti chiave. Io aprii il libro per guardarmi qualche figura che mostrasse il DNA e i componenti vari, spiegati mentre ero assente. Ovviamente molti, come me, non riuscivano a concentrarsi sulle nozioni perché troppo preoccupati per il compito. Quel prof faceva solitamente domande a risposta multipla. Oltretutto le domande erano ambigue. Spesso anche avendo studiato, si cascava nei trabocchetti e si sbagliava comunque. Di certo iniziare il secondo quadrimestre con un voto negativo non è il massimo contando che poi sarebbe stato difficile recuperarlo.

Mentre cercavo di fissarmi in testa quelle immagini contorte strapiene di OH, N e compagnia bella, entrarono in aula tre ragazzi che erano andati a farsi un giro. Gli venne quasi da ridere quando videro metà classe con gli occhi puntati sul libro di biologia, ma successivamente intuirono che effettivamente doveva esserci qualcosa di strano. - All’ultima ora, compito di Bio? - chiesero, guardandoci con un’aria preoccupata. Io, tristemente, annuii e due di loro si accasciarono sulla sedia e, con un’espressione funerea, aprirono il libro anche loro. Teo, invece, prese dallo zaino una busta trasparente, e direttosi poi verso la porta, incrociò la Ila che stava buttando nel cestino la confezione dei Ringo e lo guardò con aria interrogativa. Vedendo l’espressione dell’altra, lui le disse: - Porto la relazione di fisica in aula insegnanti. Sabato l’avevo dimenticata - . Lei si spostò per farlo passare. Nel tornare al suo banco la Ila si fermò di colpo fissando il vuoto, come se le fosse venuto in mente qualcosa di colpo. - Qualcosa non va? - le chiesi. Lei disse, quasi non avesse nemmeno sentito la mia domanda: - In aula insegnanti se non sbaglio c’è anche il cassetto del professore di biologia, no? - e qui tutti, intuendo quello che intendeva dire, alzarono il capo e la guardarono. - Ila sei una grande - dicemmo in coro.

Dovevamo entrare in quell’aula e guardare le domande del compito. Avevamo esattamente dieci minuti. Io inseguii Teo e lo fermai spiegandogli cosa avevamo intenzione di fare e accettò, offrendosi volontario per recuperare il la verifica. Io e la Ila ci proponemmo di fare da esca. Ci avviammo verso l’aula insegnanti e vedemmo il famigerato professore alle macchinette, che si beveva il suo caffè ignaro del piano architettato da noi ragazzi. Si avvicinarono furtivamente all’aula insegnanti e videro che stranamente c’erano solo due professori che stavano oltretutto parlando tranquillamente fra loro. Uno dei due era il loro professore di disegno.

- Perfetto - , pensai. - Dato che è un mio prof, ho anche la scusa adatta per distrarlo! - Quindi ci avvicinammo alla porta e io e la Ila cominciammo a chiedergli di tutto, dai voti dell’ultimo compito grafico, alla data in cui si sarebbe fissato il successivo fino alla prossima data in cui si sarebbe svolta la successiva lezione del modulo disegno - italiano. Intanto Teo era entrato nell’aula e ci stava mettendo più del previsto. - E muoviti! Cosa aspetti a venire fuori??? - Finalmente Teo uscì con un’espressione trionfale stampata sul viso e quando io lo vidi, liquidai immediatamente il professore e io e la Ila ci avviammo dietro a Teo e così gli chiedemmo quasi all’unisono: - Allora? Cos’hai trovato? - Lui, continuando a sorridere, disse: - Eheheh. Il compito c’era, ma era per un’altra classe. Una quarta, mi pare. - Subito ci sentimmo sollevate, ma poi pensai: - E se ce l’ha dentro la borsa? - Probabilmente anche la Ila ebbe lo stesso presentimento perché ci guardammo e impallidimmo tutte e due. Teo vedendo la nostra espressione ci chiese perché eravamo così preoccupate. Dopo aver chiarito quel dubbio, anche Teo perse la sua espressione vittoriosa, che lasciò il posto a un’aria da cane bastonato. Proprio in quel momento, suonò la campanella. Era la fine. Era giunta la loro ora. Cupamente, tornarono in classe e ai loro compagni bastò guardarli in faccia per capire che l’operazione era fallita. Si sedettero ai loro posti con una calma irreale.

Entrò la prof di storia. - Ecco - pensai tristemente - Abbiamo tutta l’ora di storia per disperarci. - Infatti nessuno seguì la lezione: ognuno era preoccupato per l’ora seguente, c’era chi cercava di studiare biologia senza farsi vedere dalla prof, chi cercava di farsi i bigliettini e pensava a dove nasconderli. In classe regnava il silenzio, ma persino la professoressa di storia, probabilmente, percepiva l’agitazione e il terrore che si erano creati nell’aula. Io stessa presi più volte il libro di nascosto per ripassare qualcosa, ma, per colpa della preoccupazione, non riuscivo a ricordarmi nulla. Vidi che anche la Ila faceva lo stesso e con la coda dell’occhio vidi che Teo si stava silenziosamente preparando un numero eccessivo di bigliettini. E anche l’ora di storia finì e il termine di quella lezione rappresentò per molti l’inizio della fine.

Non appena la professoressa uscì dall’aula, mancò poco che molti andarono in coma. L’energia statica dell’aria era tale che bastava poco per far esplodere tutto, dall’agitazione si era pure formata la condensa sui vetri delle finestre. E infine il professore entrò allegramente con un passo baldanzoso nell’aula. La sua felicità stonava con l’atmosfera da cimitero della classe. Noi ci alzammo, totalmente rassegnati e pronti ad accettare il nostro destino qualunque esso fosse. Il professore salutò allegramente e disse: - Ragazzi, che cosa ci fate ancora in piedi? Sedetevi forza! Mica vorrete offrirvi tutti interrogati vero? - Quella frase del professore era come un faro di felicità nell’oceano di disperazione in cui la classe era finita dalla fine della ricreazione. Poi il prof firmò il registro e diede una controllata ai voti delle interrogazioni e, senza perdere il suo buonumore, annunciò: - Ragazzi, con la volta scorsa ho chiuso il primo giro di interrogazioni. Direi che stavolta vado avanti con il programma. Seguitemi in laboratorio di biologia che devo mostrarvi qualcosa di interessante. - Tutta la classe tirò un sospiro di sollievo tale che si sollevò tutta la polvere presente nella classe in un colpo solo. Seguì un silenzio di tomba. Quindi ci alzammo e seguimmo il professore fuori dall’aula. Mentre scendevo, Teo mi si avvicinò e mi disse: - Visto? Lo sapevo! Perché ti sei preoccupata così tanto inutilmente? - Sebbene Teo al cambio dell’ora aveva rischiato di andare in shock due o tre volte, mi limitai a sorridere e ad annuire. Salvi anche stavolta!

lunedì 14 dicembre 2009

CAPITOLO 1 - GRAZIE MATEMATICA


"Merda Merda Merda!!!"
"Debito. Ora come lo dico a mio padre? Non mi lascerà partecipare al provino per entrare nel Vicenza."
Fu l’unica cosa a cui pensai in quel momento.
"Dovrò rinunciare al mio sogno più grande. Non potrò indossare la maglia bianca e rossa simbolo della mia passione per il calcio che mi porterebbe ad entrare in nazionale. Inoltre mio padre non mi rivolgerà per molto tempo la parola."
"La cosa migliore è scappare..."

Mi diressi verso la fermata dell’autobus, voltandomi l’ultima volta a guardare il tabellone dei voti appeso alla porta principale della scuola. Intravidi sfocato il mio “giudizio sospeso”, mi voltai e aspettai l’autobus.
Quando salii mi misi subito addosso le cuffiette per non sentire i commenti dei compagni, e per tutto il tragitto dalla scuola alla stazione osservai le case scorrere velocemente sotto i raggi del sole.
Non mi accorsi neanche del tempo che passava e in un attimo arrivai a destinazione. Appena scesi, di fronte a me vidi solo una enorme porta scorrevole bianca, aperta, e sulla destra la biglietteria.
Nello stesso istante il mio autobus arrivò mezzo pieno di persone. Non avevo nessuna voglia di tornare a casa. Guardai il veicolo fermarsi e alcuni compagni che salivano sorridendo, altri con una stupida espressione di preoccupazione.
Se fossi tornato a casa la mia giornata si sarebbe conclusa nel peggiore dei modi quindi, mi diressi verso la stazione dei treni.
Senza pensarci andai alla cassa, lessi il tabellone davanti a me: Milano. Non ricordo neanche cos'ho pensato so solo che quasi a mezza voce chiesi un biglietto per quella città.
-Ecco, fanno dieci e settanta, parte fra cinque minuti, binario due-.
Ringraziai, pagai la cifra e andai a sedermi in uno scompartimento in fondo al vagone, in un sedile neanche tanto comodo.
Mi chiesi se stavo facendo la cosa giusta e pensai di avvisare mia madre che avrei ritardato. Restai sorpreso quando mi accorsi di non avere il cellulare nella tasca.
"Dove diamine…"
Ricontrollai bene, ma non c’era traccia del mio N-70.
"Deve essermi caduto in autobus."
Mi alzai di scatto verso l’uscita ma proprio in quel momento, la porta si chiuse.
"Classico. Come ogni volta che desideri che qualcosa non accada, ecco che accade!"
Con un fischio vidi le persone allontanarsi alla mia destra per poi scomparire e la strada diventare una sorta di campi ed arbusti...

CAPITOLO NUMERO 2

lunedì 7 dicembre 2009

CAPITOLO 2 - GRAZIE MATEMATICA


Avevo circa un’oretta scarsa di viaggio durante la quale riflettei su ciò che avrei dovuto raccontare ai miei genitori. Per prima cosa avrei dovuto dire che mi ero impegnato anche se, detto fra noi, non era veramente così. Il tempo passato sui libri era quella mezz'ora alla sera, appena dopo gli allenamenti tanto per sapere almeno l’argomento del giorno successivo.
Adoravo il calcio, fin da quando avevo tre anni. Ho sempre amato questo sport. Sono cresciuto in quel campo, con i miei amici. Il mio ruolo era difensore centrale, e mi consideravano bravo. In più di una partita ho giocato come capitano. Era l’unica cosa che mi faceva tornare a casa distrutto.
Mio padre non capiva cosa ci trovassi di tanto bello nel rincorrere un pallone. Lui ha sempre preferito gli sport come il nuoto, che modellano il fisico e fanno bene alla salute.
Ma la mia passione per il calcio non era comparabile con le sue chiacchiere.
Finalmente quest’estate mi avrebbe portato a fare il provino per entrare nella squadra dei giovanissimi a Vicenza e magari qualche scout di qualche squadra importante, in un futuro non troppo lontano, mi avrebbe notato e mi avrebbe proposto un contratto. Ma il mio sogno era giocare in nazionale...
Non avevo però calcolato il debito in matematica. Mio padre mi farà rinunciare alla squadra di sicuro.
Chiusi gli occhi e feci un bel respiro.
C’era molto silenzio nel mio scompartimento. L’unico rumore che sentivo era quello delle ruote metalliche del veicolo...a intermittenza...
Guardai l’orologio. Erano passata circa mezz'ora quando il treno si fermò alla fermata "Desenzano-Sirmione".
All'improvviso sentii un rumore di passi venire verso il mio posto.
"Deve essere un controllore." Pensai.
Estrassi subito dalla tasca il biglietto per non sembrare il solito ragazzino sfacciato.
Ma inaspettatamente, un ragazzo di circa 17 anni si fermò a mezzo metro da me.
-E' libero questo posto?-mi chiese cortesemente.
Osservai lo zaino che portava in spalla. Si vedeva una borraccia mezza piena.
"Probabilmente deve essere stato ad un allenamento" pensai.
-Certo- risposi, dopo qualche secondo.
Si sedette nel sedile di fronte al mio, salutandomi con uno strano sorriso e adagiando a terra la sacca rosso-nera.

CAPITOLO NUMERO 3

lunedì 30 novembre 2009

CAPITOLO 3 - GRAZIE MATEMATICA


Portava un paio di pantaloni di una tuta scura con una t-shirt in microfibra rossa con lo sponsor della BWIN.
"Io l’ho già visto."
All'improvviso mi rivolse uno sguardo indagatore.
-Come ti chiami?- mi chiese.
Mi sedetti composto nel sedile e abbozzai un sorriso.
-Chris….Christian…e tu?-
-Andrea. Dove vai di bello, Chris?-
-Non lo so di preciso, forse da nessuna parte.-
-Come da nessuna parte?-
Aspettai un attimo, prima di parlare per riflettere sulla risposta da dargli. Poi decisi che gli avrei detto la verità, avevo bisogno di sfogarmi e di aiuto...
-Sono stato rimandato in matematica. Mio padre mi promise che mi avrebbe portato a fare il provino per entrare nella squadra di calcio dei giovanissimi della mia città. Non sapendo che dirgli sono salito sul primo treno che partiva ed eccomi qua. Per una maledetta materia rischio la bocciatura e sempre per quella materia passerò tutta l’estate a studiare senza toccare il pallone. Non andrò nemmeno in vacanza con i miei amici. Avevamo organizzato tutto perfettamente! Avremmo passato la mattina in spiaggia, il pomeriggio l’avremmo trascorso a giocare a calcio nel campetto dell’albergo e la sera avremmo ballato in discoteca, senza compiti, senza genitori, insomma senza problemi! Dovevo impegnarmi di più, dovevo studiare di più, invece no, mi sono comportato male e ora pago le conseguenze rovinandomi l’estate e forse anche un anno intero! Se non prendo la sufficienza nell’esame a settembre mi bocceranno e perderò l'anno! Dovrò ripetere tutti gli argomenti, dovrò ascoltare le prediche dei professori di nuovo, che noia! E la cosa peggiore non sarò più in classe con Alessandra! Lei è stupenda, mi piace davvero tantissimo, e forse le piaccio. La settimana scorsa siamo usciti insieme ed è stato uno dei pomeriggi più belli della mia vita. Cisiamo divertiti tanto, e prima di andare a casa mi ha dato un bacio. Verrà sicuramente promossa e io se vengo bocciato non vedrò più il suo sorriso ogni giorno. -
"Molto contorto, chissà se mi avrà ascoltato."
Sorrise divertito.
-E ora dove andrai?-
-Bo- risposi, abbassando lo sguardo.
-E cosa pensi di fare?-
-Bo.-
"...che discorso interessante..."
L’attimo successivo scoppiammo a ridere entrambi.
-Sai, Christian, quando avevo la tua età mi successe la stessa identica cosa. Mi ricordo che mia madre mi “sequestrò” i divertimenti tutta l’estate e studiando recuperai la materia ma…persi la mia ragazza poiché non potei quasi mai uscire durante le vacanze.-

CAPITOLO NUMERO 4

venerdì 27 novembre 2009

CAPITOLO 4 - GRAZIE MATEMATICA



Prese in mano la sacca e si alzò dal sedile.
“Quel viso, quella borsa, quella voce... Io lo conosco.”
Tutto ad un tratto mio resi conto che la persona con cui avevo parlato per un’ora era il giocatore più famoso della squadra giovanile del Milan. Volevo conoscerlo, dovevo saperne di più. Così quando lui scese decisi di scendere anch'io, trovarlo, parlarci ancora insieme, discutere di un'infinità di cose, avevo in mente già qualche centinaia di domande da fargli.
Lo persi di vista quasi subito. La stazione affollata se l’era inghiottito. Cominciai a vagare per il luogo, senza meta. Non conoscevo il posto, non sapevo nulla e l’unica persona che mi era di riferimento l’avevo persa. L’ansia cominciò a salire e la paura mi travolse, ma ad un certo punto vidi spuntare la sua sacca tra la gente. Così corsi e riuscii a fermarlo.
Quando gli arrivai innanzi, fece uno scatto indietro e io arrivai di fronte al suo petto.
-Sapevo mi avresti seguito, vieni a vedermi giocare?- mi chiese, ed estrasse dalla borsa un pallone da calcio. Lo lanciò in alto e quando ricadde lo fermò sulla schiena, dopodiché iniziò a palleggiare. Ne fece molti di palleggi, tutti precisi e perfetti.
All’improvviso vidi la palla arrivarmi di fronte. Istintivamente lo fermai con il piede sinistro e ripetei i suoi esercizi meglio che potei.
Era strano come in un attimo la gente che era alla stazione per prendere un treno ora stava li, immobile a guardarci. Arrivarono anche due bambini e passai il pallone anche a loro. Se lo passarono un paio di volte, poi lo calciarono in direzione di Andrea, che fermò il gioco. I bambini ci abbracciarono e poi se ne andarono con le loro mamme.
Io e Andrea ci dirigemmo verso lo stadio. Durante il tragitto mi disse che avevo talento, che non c’era motivo di sprecare una passione come la mia e che tra qualche anno magari qualche persona importante mi avrebbe proposto di giocare per una squadra importante.
Si schiarì la voce, come per iniziare un lungo discorso.
-Io sono un ragazzo come un altro, Chris. Sono arrivato a questo punto perché in tutta la mia vita mi sono allenato tanto. Trascuravo la scuola e gli amici l’amore, solo perché volevo arrivare in alto a tutti i costi. Ma se tu non giochi più ti rovini l’opportunità di fare carriera. Pensaci.-
Aveva ragione. Mio padre non aveva il diritto di farmi rinunciare al mio sogno.
Quando arrivammo allo stadio dovemmo separarci. Lui andò a cambiarsi mentre io salii sulle tribune dopo aver pagato l’entrata.
Avvistai un posto vicino ad una ragazza più o meno della mia età che stava a guardare con sua madre. Era molto carina. Aveva gli occhi color nocciola e i capelli molto lunghi fino a metà schiena, liscissimi. Era semplice, diversa dalle altre.
Quando si accorse che la stavo fissando mi guardò sorridendo. Mi voltai dalla parte opposta per la figura. Lei era l’immagine contraria della ragazza che mi piaceva, eppure c’era qualcosa in lei che mi pareva inusuale.
Entrarono i giocatori, seguiti dagli applausi dei tifosi che alzavano in aria le bandiere e gli striscioni.

CAPITOLO NUMERO 5

venerdì 20 novembre 2009

CAPITOLO 5 - GRAZIE MATEMATICA

L’arbitro fischiò e i giocatori cominciarono a correre.
“La palla è in possesso degli avversari, ma Andrea in scivolata la recupera, passa al compagno di sinistra; entrambi si dirigono con agilità verso la porta avversaria, il compagno tira e con una rovesciata spettacolare Andrea segna”.
-GOOOOOAL-
I tifosi si alzarono in piedi urlando.
-Grande Andy!!!- disse la ragazza di fianco a me.
"Probabilmente conosceva anche lei Andrea…"
Quando vide che non stavo tifando si girò e guardandomi perplessa mi chiese:
-Non sei del Milan?-
-Si certo ma.. conosci Andrea?-
Lei sfoggiò un grande sorriso.
-Certo, è mio fratello maggiore!- disse orgogliosa –Tu lo conosci?-
-Diciamo più o meno. L’ho incontrato nel treno mentre stavo venendo qui e dopo un po’ di chiacchiere mi ha invitato a vedere la sua partita- risposi.
Mi guardò, come aspettando che dicessi qualcosa.
-Sei del posto?- le chiesi, dicendo la prima cosa che mi venne in mente per non lasciare che il silenzio incrementasse la situazione.
-No, sono di Sirmione, vicino al lago di Garda, e tu?-
-Di Vicenza. Neanche tanto lontano-.
Poi riprese a guardare suo fratello che scartava di volta in volta gli avversari.
Io le stavo proprio accanto e cominciai a sentire qualcosa di strano … forse lei mi piaceva… ma non doveva piacermi perché io amavo Alessandra!! Mi sentii uno stronzo.
“Fino a ieri pensavo sempre a lei e ora che questa … come si chiama? Ecco non so neanche il suo nome come può piacermi?”
Eppure, dentro di me, sentivo che presto o tardi avrebbe preso il posto della mia compagna di classe.
Preso dai miei pensieri inutili non mi accorsi che la partita stava giungendo al termine.
Quando fischiò la fine i milanisti si misero a festeggiare cantando. Stavolta li seguii per non fare la figura dell’idiota.
I giocatori, dopo il saluto, sparirono verso gli spogliatoi. Io intanto mi diressi verso l’uscita per andare a complimentarmi con Andrea. Lo aspettai in strada, seduto su un muretto.
Quando uscì, mi voltai, e vidi che la ragazza carina e dolce di prima gli corse incontro ed Andrea la prese in braccio con affetto.
-Hei Chris! Come sono andato?- mi chiese, aspettandosi un complimento.
-Grande!- gli risposi, cercando di sembrare il più entusiasta possibile.
-Ti presento mia sorella Arianna-.
Lei si girò verso di me.
-Ci siamo già conosciuti-gli dissi e lui pose a terra la ragazzina e mi si accostò.
-Ne sono felice. Ho una novità per te. Ho riferito ad un talent scout che non saresti male come giocatore, che potresti allenarti qui a Milano a spese dell’associazione. Sarai mandato ad un collegio assieme ad altri ragazzi come te e potresti avere un futuro nelle nazionali. Vogliono vedere come giochi, vai al campo qui vicino, vogliono vederti adesso.-
Restai sorpreso per un attimo. –Ma dove si trova di preciso? Non conosco la zona..-.
-Ari l’accompagni tu?-
-Va bene, ci vediamo più tardi ciao ciao-.

CAPITOLO NUMERO 6