...il solo sapere che un buon libro sta aspettando alla fine di una lunga giornata rende quella giornata più felice...

Kathleen Norris

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mercoledì 24 marzo 2010

TERZO LIBRO

Ah....mi sono dimenticato, anche questo come l'ultimo "romanzo"(chiamiamolo così), che abbiamo scritto sarà relativamente breve per permetterci di migliorare nelle parti dove ci sono state segnalate carenze di qualsiasi tipo...

Il titolo di questo terzo libro è:

"OLTRE LO SPECCHIO"

scritto da: Marta Iselle
riveduto e corretto da: Giulia Vigolo
supporto, informazioni tecniche e consigli: Elia Bonetto



Swan Hill, Alberta, Canada. 15 gennaio 1976



“Il cadavere è stato trovato del fosso della Southview Ave. Le braccia sfioravano il rivolo d’acqua stagnante, leggere. Le tracce di sangue erano inesistenti, ma l’espressione del viso ....


Per leggere tutta la storia clicca qui.

martedì 23 marzo 2010

CAPITOLO 1 - OLTRE LO SPECCHIO


Swan Hill, Alberta, Canada. 15 gennaio 1976


“Il cadavere è stato trovato del fosso della Southview Ave. Le braccia sfioravano il rivolo d’acqua stagnante, leggere. Le tracce di sangue erano inesistenti, ma l’espressione del viso lasciava immaginare la sofferenza di quella donna, con gli occhi aperti e spaventati, e le labbra socchiuse, in richiesta di aiuto.
Quando Tom ricevette la telefonata dalla polizia comunale per la comunicazione dello stato della moglie, si lasciò sfuggire una reazione di pazzia, e con furia uscì di casa, dimenticandosi dei figli. Il ragazzino di dieci anni, quando sentì il padre, scese dalle scale chiedendo spiegazioni senza ottenere risposta. Corrotto dalla curiosità infantile, lo seguì di nascosto e, uscito in giardino, vide che in quel momento svoltava l’angolo del vialetto. Dopo pochi isolati, il bambino si trovò di fronte due uomini in divisa e il padre inginocchiato a terra, in pianto. Quando si avvicinò e vide il corpo di sua madre abbandonato a quella tragica fine, pieno di odio e di dolore, scoppiò in lacrime correndo tra le braccia di Tom, che lo strinse forte a sé.
La gioventù di quel bambino fu rovinata per sempre.”

23 settembre 1982.


Quella sera, le strade erano deserte a Swan Hill. Regnava il silenzio. Nessuno calpestava le foglie secche sui marciapiedi, nessun bambino faceva cigolare le catene delle altalene del parchetto. Nemmeno nel ristorante di Harvey, il più popolare del paese, c’era anima viva. Non c’era traccia degli anziani che a quell’ora andavano a buttare la spazzatura, non si sentivano i ragazzini giocare né gli adulti che facevano festa quella domenica d’inizio autunno. Si respirava un’aria funerea persino per la St Home. Quella strada interamente ciottolata, compresa tra due mura, sboccava nella piazza principale del paese. Ed era lì che solitamente i ragazzi sulla ventina facevano il loro ritrovo quotidiano.
Lui camminava con la testa bassa, senza comandare il proprio corpo, affidandosi solo al suo istinto. Passava sopra a quei grossi ciottoli sentendoli aderire sotto la suola delle scarpe. Era sereno ma nello stesso tempo sicurissimo che qualcosa aveva rotto l’atmosfera di sempre.
Quando egli alzò la testa vide la fontana della piazza principale scorgere dall’accumulo di persone radunate in silenzio a semicerchio. Lui si accasciò contro il muro, nascosto, spiando le 1700 persone che abitavano in quel paese radunate come api in quel comune luogo. Stavano immobili, come gelide statue, con lo sguardo che si dirigeva verso una murata color amaranto sopra di loro, espressivamente trasformati dal turbamento. I loro occhi fissavano la figura di una donna di mezza età, inchiodata alla parete, china su se stessa, cosparsa di rivoli di sangue che le sporcavano la veste bianca.
Jayson, aguzzando la vista, riconobbe in quella donna sua zia Elizabeth, con la quale viveva dalla morte della madre avvenuta sei anni prima.
-ZIA!!!-
Urlò contro la folla. Nessuno l’ascoltò. Erano tutti quanti inerti, e lui era invisibile. Però non era sconvolto, tantomeno triste. Aveva già sofferto abbastanza e versato troppe lacrime nel suo passato. Subiva la situazione come un dèjà-vu in quella vita di incubi continui in cui aspettava solamente in momento di svegliarsi.


Capitolo numero 2

lunedì 22 marzo 2010

CAPITOLO 2 - OLTRE LO SPECCHIO


Tornò a casa, Jayson, nella Oxford Ave. Entrò, chiudendo impulsivamente la porta alle spalle, creando un rumore che fece eco sui muri. Ripose lo zaino in cucina, prese un pezzo di pane dalla dispensa e lo addentò, guardandosi attorno. Si mise a pensare alla sua vita schifa e poco soddisfacente, nella quale poteva trovare sfogo soltanto nei suoi libri. Leggere era l’unica cosa che lo interessava davvero. A scuola era evitato da tutti; odiava tutte le persone che cercavano di compatirlo per il suo passato e, conseguentemente al suo rapporto staccato, ormai più nessuno gli rivolgeva la parola. Se gli era possibile, marinava e andava nella libreria della signora Alba, a rintanarsi in uno dei suoi corridoi per sfogliare pagine dei romanzi. Gli interessavano più che altro quelli di filosofia e fantascienza.
Ormai però non ne poteva più. Era stanco di ripetere sempre le solite consumate e noiose giornate e in un certo senso era anche contento che qualcosa avesse rotto l’agonia di sempre. Ad un tratto da sopra la credenza dove solitamente la zia teneva i bicchieri il gatto grigio fumo Zak saltò con un balzo sopra il tavolo chiedendo, miagolando, del cibo. Il ragazzo gli diede un pezzo del pane che aveva preso e poi varcò la porta per andare al piano superiore, nella sua stanza. Salì quelle scale di pietra dove aveva tanto giocato quando era ancora una creatura innocente. Si distese nel letto, e spontaneamente buttò gli occhi a ciò che aveva davanti. Una fotografia di dieci anni prima. … Il padre Tom abbracciava sua moglie Grazielle che sorrideva e portava tra le braccia la figlia che da pochi mesi era entrata in famiglia; Jayson stava seduto sulle spalle del padre e gli cingeva le braccia al collo … Si alzò di scatto e d’impulso strappò la fotografia dal muro e la lanciò con foga in direzione della finestra. Andò a rompersi contro il vetro distruggendosi in tante piccole schegge.
-Jayson?- chiese fioca una voce dietro di sé. Lui si voltò subito, trovandosi di fronte alla sorellina Marie.
Aveva gli occhi lucidi, ed era pallida. -Che vuoi? Vai fuori!- rispose sgarbato il ragazzo, guardandola furioso. La ragazzina, spaventata andò via dalla stanza, chiudendo la porta.
Le aveva sempre mentito. Le aveva raccontato che la nonna che abitava in Inghilterra era malata e la mamma e il papà erano andati per assisterla, partendo dopo un anno dalla nascita di Marie. Le assicurava che un giorno sarebbero tornati. Nel frattempo dovevano restare dagli zii Elizabeth e Milford. Erano tutte bugie a cui lei credeva e si lasciava corrompere dal fratello. Ma in quel momento, Jayson, non se la sentiva di dirle che il motivo di tutta la confusione a Swan Hill era proprio la morte della zia. Non sapeva come replicare alla possibile reazione della sorella. Aveva paura di rovinare la vita anche all’unico membro della “famiglia” che riusciva ancora a sorridere e poiché Elizabeth era come una mamma per lei, probabilmente avrebbe reagito come Jayson alla notizia della morte di Grazielle. Poi, in fin dei conti non aveva voglia di un’altra faccia disperata, ma era consapevole che, prima o poi, la verità sarebbe arrivata anche per lei.
Si affacciò alla finestra e guardò in basso. La casetta di legno, il vecchio terranova Dreyk, i fiori appassiti e non curati, coronati dal fumo tetro del falò che ardeva nel campo di fronte e riempiva la terra di cenere. Morte. La città in delirio marciva con il resto della stagione.
Per tutta la notte Jayson non fece altro che rimanere seduto in un angolo della stanza, con le braccia conserte e gli occhi socchiusi. Non sentì Milford rientrare, non sentì proprio nulla. Quando l’alba donò i primi raggi, il ragazzo si rese conto di esistere. Quando si alzò in piedi avvertì dei crampi allo stomaco; perciò andò al piano inferiore a bere un sorso d’acqua. Proprio in quel momento lo zio rientrò, con lo stesso identico volto del giorno precedente. Passò sfiorando il ragazzo, senza degnarlo di una minima attenzione, procedendo verso la sala.
-Dove sei stato?- chiese allora Jayson. -Fuori- rispose Milford. Dalla voce e dal passo barcollante dedusse che fosse stato tutta la notte a riempirsi di alcolici. Il ragazzo non aggiunse altro, restò in sala a leggere una rivista.
Appena vide che lo zio iniziava a riprendersi, Jayson cominciò a prepararsi alcune domande. Lo colse di sorpresa, mentre sorseggiava del latte dalla tazza. -Hanno scoperto qualcosa? Voglio dire, com’è possibile che una persona si trovi inaspettatamente in quella situazione?-. Lo zio lo guardò alzando il sopracciglio destro, come se non avesse capito la domanda. O non l’avesse sentita. -Per favore Milford, spiegami … è già troppo ciò che non ho saputo di mia madre, adesso non nascondermi anche questo-. Lo disse quasi piangendo. Dopotutto era comunque sua zia e l’aveva allevato come un figlio poiché lei non ebbe avuto la possibilità di averne uno. -Pensi che se lo sapessi, in questo momento sarei qui, senza far niente?- rispose con tono acido lo zio. -ma…-
-Nessuno lo sa Jay! Usa il cervello una buona volta! Va al diavolo!-.
Era evidente che la sua reazione era influenzata dallo sconforto del giorno precedente; il nipote, deluso da quella brusca risposta, uscì di casa, dirigendosi verso la biblioteca.


Capitolo numero 3

mercoledì 17 marzo 2010

CAPITOLO 3 - OLTRE LO SPECCHIO


Passarono due settimane esatte, quando successe di nuovo.
Jayson tornò a casa da scuola, la quale nel frattempo era ricominciata regolarmente e, stanco, accese il televisore. Stava iniziando un documentario sui templari, quindi premette il pulsante 2 e iniziò a guardarsi le riprese delle scoperte di due archeologi. Nella sua stanchezza, il ragazzo si lasciò a poco a poco cullare dal divano finché non gli si chiusero gli occhi. Era la prima volta che dopo l’accaduto della zia riusciva ad abbandonarsi al sonno.
Venne interrotto di soprassalto da alcune urla. Spaesato si guardò attorno e il suo sguardo andò a posarsi sullo schermo del televisore, da cui provenivano.
"Biblioteca della Main Street"
Non fece a tempo a leggere anche le altre parole scorrevoli che agì d’istinto.
Uscì velocemente di casa, andando verso la sua biblioteca. Sapeva benissimo quello che avrebbe trovato. Iniziò a tremare mentre con passo forte percorreva la strada di casa sua. Svoltò l’angolo, passando davanti al parco. Si fermò un istante. Un flashback. La stessa identica atmosfera di quel 23 settembre da poco passato, l’aria nitida e opaca, senza vita. Nemmeno la sua ombra si estendeva nell’asfalto. Era da solo, lui e se stesso. Prese la Main Street, correndo a occhi chiusi per non soffermarsi in futili particolari di quella città che odiava con tutto se stesso. Il ragazzo si fermò, comandato da una folata di vento. Aprì gli occhi alzando il capo, vedendo ciò che si aspettava di vedere.
Nuovamente tutte quelle persone, invecchiate dalla loro anima che occupavano la biblioteca e lo spazio attorno ad essa. A quel punto nessuno poté fermare la rabbia di Jayson. Si fece spazio tra la gente, talvolta usando la forza, comunque non spostando di un millesimo la loro espressione impassibile. Si ritrovò davanti la signora Alba, coperta da un telo, visibile solo di viso.
-Picchiata e ustionata con dell’acido-. Disse un carabiniere all’interno dell’edificio a Jayson. Questo si lasciò sfuggire ad un gemito di dolore: una fitta al cuore. Era quella ferita che era riuscita in parte a cicatrizzarsi ma che stava tornando a bruciare. La madre sei anni prima, la zia Elizabeth, adesso anche lei. Alzò il telo, trovandosi la signora Alba davanti agli occhi, con i vestiti rotti a strappi, sotto dei quali si vedevano i segni rossi provocati dall’acido. Fece un passo indietro, inciampando in un oggetto. Un libro. Quello che lei avrebbe dovuto mettere da parte per Jayson appena sarebbe arrivato in città. Quando il ragazzo lo vide si irritò ancora di più. Allora uscì di corsa, scappando da quella visione terribile, lasciandosi alle spalle quei burattini con le maschere, in processione. Piangeva, e in quel momento tutta la rabbia si trasformò in odio: odio verso quelle persone che gli avevano portato via tutto, persino il padre che invece di stargli vicino se n’era andato perché non riusciva a sopportare la perdita della moglie. Non aveva più nessuno, nemmeno lo zio lo degnava di attenzione.
Alzò la testa, smettendo per qualche attimo di piangere. A un centinaio di metri da sé c’era un ponte, con la ringhiera ruggine, che si scorgeva tra la nebbiolina. Prese quella decisione. Ora mai non aveva più nessun motivo per cui esistere ancora. Accelerò al passo, vedendo avvicinarsi a poco a poco la ringhiera e scorgendo man mano avvicinandosi un fiume alcune decine di metri più in basso.
Uno scontro improvviso lo fece cadere a terra. Alzato si vide davanti la sorella. Questa avvicinò una mano nella fronte del fratello dove stava un piccolo taglio, osservando i suoi occhi pieni di lacrime, così lucidi in cui si poteva specchiare.
-Cosa ci fai qui? Dovresti essere al rientro pomeridiano.-. Chiese Jayson cercando di mantenere il tono del fratello che è sempre stato. -Dimmi la verità!- rispose lei, più matura di come non lo era mai stata. In quell’istante il ragazzo vide quanto in realtà lei fosse cresciuta, sempre considerata una bimba da lui. -La mamma e il papà sono morti vero?- continuò lei, rimanendo inerte e stabile. Lui si lasciò andare ad un abbraccio affettivo, singhiozzando tra le lacrime. -La mamma è stata ammazzata sei anni fa, l’ho trovata nel fosso, seguendo papà. Questo se n’è andato di casa per il dispiacere e non è più tornato-. Fu interrotto dalla sorella -La zia Elizabeth è stata trovata nella piazza principale, in una tragica fine. E come se non bastasse la signora Alba e stata uccisa poche ore fa nella sua biblioteca.- concluse.
-Come le sai queste cose?- chiese lui, baciandola sulla guancia. -Le voci girano … e poi ho cercato molte volte di parlare con te, ma ottenevo di volta in volta una risposta acerba-. Era molto più cosciente di lui e Jayson se ne rese conto. Affrontava la situazione come una prova difficile, e di colpo, la decisione presa qualche minuto prima venne tolta dalla sua mente. Abbandonò quel ponte.
-Dobbiamo trovare l’origine di tutto, parleremo in privato con la polizia.- decise il ragazzo.
Cingendole la mano alla spalla, si asciugò gli occhi, consapevole che, invece, c’era ancora una persona su cui poter contare. Andarono così, verso l’ufficio dove speravano di trovare delle risposte ai dubbi della città.


Capitolo numero 4